gente da saldi, gente da pazzi


Tutti gli anni mi prometto di non scrivere nulla a riguardo, perchè detesto essere ripetitiva. In fondo lo so, ogni volta è sempre la stessa storia, ogni volta sono sempre le stesse scene. Ma è più forte di me, perchè ogni volta è sempre come la prima, non ci si abitua mai. I saldi. La gente da saldi. Loro, quelle persone che attendono fameliche quel giorno, che sia lunedì, che sia domenica, che sia la befana, che sia ferragosto, loro ci saranno. Appostate davanti alle porte in attesa che apri e ti assaltano il negozio. Non importa se il capo non piace, non importa se non era quello che aveva visto il mese prima, l’importante è risparmiare!

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Anche quest’anno ho potuto osservare la rivolta delle donne durante i saldi, loro sono il genere umano più affamato, feroce e determinato. Durante i saldi scoperchiano il lato oscuro, la parte maledetta che vibra nelle viscere e danno il meglio di sé. Come? Beh, innanzitutto il portamento. Si muovono all’interno del negozio come animali in gabbia, spintonano, travolgono, calpestano tutto quello che capita a tiro, commesse comprese. Non esiste una linea retta per loro, solo zig zag. Si buttano su ogni mensola, ogni ripiano, ogni tavolo, ogni rella. Loro devono avere tutto. E lo avranno, a costo di tornare a casa con ematomi ovunque.

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In camerino portano il mondo, non si accorgono nemmeno di aver perso il marito o che addirittura se n’è andato, spaventato dall’orda di femmine che si muove negli ambienti. Ma non importa, loro devono provare tutto. I camerini vengono assaltati senza tenere conto che noi siamo lì, a dover smistare la fila come vigili. No, noi non ci siamo, non esistiamo. Ci sorpassano e cercano il camerino libero (le tende tutte chiuse, loro le aprono incuranti della cristiana dentro che si sta spogliando). E se le fai notare che sono occupati si piazzano davanti ad uno qualsiasi come se fossero ai seggi elettorali. Minchia, ma nemmeno la sala d’attesa del medico di base!

Una volta provato ogni capo possibile, escono. Hanno in mano una canotta. Si avvicinano e ci sorridono domandando “ma non andrà al 50?“. Una volta convinte che con il 40% fanno comunque un affare e che noi non sappiamo quando ci saranno ulteriori ribassi, se ne vanno e in noi serpeggia la paura, il terrore di aprire quella tenda. Sappiamo perfettamente cosa troveremo: ammassi di vestiti raggomitolati e buttati ovunque, grucce a terra o appese una con l’altra. E tutte le volte non me lo spiego, non me ne capacito. Perchè non li hai raccolti e portati a me? Perchè questa cafonaggine? Una risposta l’avrei ma è preferibile non scriverla.

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In cassa fanno file chilometriche, sono disposte ad attendere ore pur di accaparrarsi l’affare del secolo. Se qualcuno osa superare può scoppiare una rissa. La gente da saldi non ha pietà, non ha paura di nulla, è capace di qualsiasi cosa. La gente da saldi non cambia mai. Sempre incurante, sempre agitata, sempre ignara della loro vita. Arrivano alle 8 del mattino, arrivano alle 9 di sera. Non importa della famiglia a casa (il più delle volte se la portano appresso), non importa della cena da cucinare. Non esiste altro che la percentuale di sconto su un cazzo di maglione, che fra un mese non lo metti più che ci sono 25 gradi.

E poi ci sono le richieste da saldi. Il primo giorno, pieno di gente, tu commessa assaltata e coperta di vestiti, e lei arriva da te.

Scusa? L’anno scorso ho comprato questa giacca e aveva il bottone di scorta. L’ho smarrito, non è che ne avete uno?

Penso di non dover più aggiungere altro.

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l’assurda filosofia del “ci penso”


Da anni faccio la commessa e da anni succedono molte cose. E’ da sottolineare il fatto che queste “molte cose” sono ahimè sempre le stesse. In altri articoli mi sono espressa in merito, raccontando gli aneddoti in questione e commentandoli da “addetta ai lavori“. Mi sono spesso messa nei panni delle clienti, ci mancherebbe, cercando di capire il loro onesto punto di vista e spesso sono riuscita a comprenderle. Ma c’è un fatto che non riesco proprio a mandare giù, mi resta lì appeso sul groppone. Questa cosa del “ci penso“. E sulla lingua mi resta sempre, tristemente, un “ma che cazzo devi pensare?“.

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Ecco che lei arriva in camerino con 35 pezzi, sorride, li indossa, si osserva, si contempla, si piace e nel piacersi cerca anche la tua approvazione. Tu la guardi, la contempi, ti piace e generi in lei quella sensazione di onnipotenza tipica delle donne che finalmente su 35 pezzi, 35 le stanno divinamente. Tu pensi “che cazzo di fisicata ha questa qua? beata lei” ed esterni ad una sua qualsivoglia titubanza “ma avessi io quel vitino da vespa“. Sei sincera, anche se lei ti scruta dubbiosa, perchè obiettivamente questa qua può mettersi anche una muta da sub e stare divinamente. Sta dentro ore ed ore, riprova più volte gli stessi capi. E poi arriva il verdetto finale. “Figa, su 35 ne prenderà almeno 5?

Bene, ora mi rivesto” ti dice, e il suo sorriso abbaglia il tuo volto. E’ felice. E tu di conseguenza, questa fantastica giornata di lavoro è iniziata bene. Un forte guadagno e una persona soddisfatta. Brava tu! Ma poi lei esce, dopo 15 minuti rintanata dentro il camerino, il suo sorriso è tiepido, in mano non ha nulla, il vuoto. Tu la guardi, lei ti guarda e ti dice “dai va bene, ci penso un pochino, buon lavoro!“. Ecco, questo è il momento in cui tutto si sgretola e pensi che non hai capito un cazzo e vivi in un mondo parallelo. Lei va via e tu a denti stretti prendi il mucchio di roba accatastata nel camerino e pensi “ma che cazzo devi pensare, porca troia?“.

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Poi c’è lei, che arriva con un jeans basico da pochi soldi, quelli anonimi, quelli senza strappi, senza lavaggi, senza un cazzo. Volendo potrebbero non essere nemmeno dei jeans. Li prova, le stanno: taglia, colore, modello, prezzo, tutto perfetto. “Sono proprio quelli che cercavo, li volevo proprio così“. E ci mette 5 minuti a infilarli, pensarlo, dirlo e toglierli. Attendi, esce dal camerino, ti guarda con il jeans in mano, e te lo ripete “erano così che li volevo, tutto il giorno a cercare e alla fine li ho trovati“. Bene, ti senti abbastanza contenta, in fondo sono 19 euro ma è pur sempre un successo. Lei li cercava, lei li ha trovati, proprio da te! “Allora te li porto in cassa” esulti. “No, aspetta, ci penso e poi magari torno“. Il gelo nelle vene. Proprio così, ti senti gelare il sangue. E vorresti chiederle perchè, perche devi pensare se acquistare un jeans che volevi spendendo due spiccioli dopo che l’hai cercato tutto il cazzo di giorno? Ma preferisci crogiolarti nella perplessità.

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E poi c’è quella che vuole la taglia small di quella giacca. La guardi e pensi che non andrà mai bene la small ma ti fai bellamente i cazzi tuoi, e assecondi la sua richiesta. La prendi, la porti, la prova. Il marito la guarda ed è dubbioso “amore ti sta stretta, non vedi?“. Allora lei ti guarda e tu intervieni “le prendo la media“. Vai, sali 150 gradini, torni e le porgi la taglia media. La prova e il marito “mmmh stretta pure questa“. Vai, prendi la large, la porti, la prova. “mi piace da morire, uff, è stretta anche questa“. Non c’è problema, vai, sali, prendi la extra large, la porti, la prova. “Ohhh, amore questa è perfetta“. Sorrisi, baci, limoni. Siamo arrivati al dunque. Ecco, questi momenti sono speciali per noi commessi. La soddisfazione del cliente prima di tutto. Lei si guarda per interminabili 30 minuti. Nel frattempo riesci a servire altre 15 persone, andare la bagno, pisciare, sistemare il negozio, raccontare alla collega della tua giornata, rifarti il trucco, mangiare un pacchetto di ringo.

Lei ti chiama con lo sguardo. Il marito è già all’uscio che si accende una sigaretta. “Grazie tanto, sei stata gentilissima“. Quindi? Che vogliamo fare? “Ma vorrei pensarci, se non ti dispiace, scusa eh?” e vanno via. Bene, riflettiamo. Il pensarci ci sta, non sei convinta, ti stava un pò di merda, non abbiamo la taglia giusta, il colore non era quello che pensavi e ti sbatte da far schifo, costa troppo e ora non hai il budget. Hai mille fottute ragioni per non acquistare un capo, è un tuo diritto provarlo e non volerlo. Ma perchè, perchè se ti sta bene, era quello che cercavi, sei venuta apposta in giro a cercarlo, fai shopping da tutto il giorno, sei uscita appositamente alla ricerca di quel capo, hai provato tutto il negozio, hai speso 8 ore della tua giornata, e tutto questo… per pensare?

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Non ci siamo, non devi pensare. Non hai nulla su cui pensare. E’ un jeans, è un cappotto, è un maglione. Pensare a volte è totalmente inutile, soprattutto in questi casi. Se devi pensare stai a casa a fare un cruciverba. Perchè credetemi, uscite dal negozio voi non ci penserete, non tornerete e la perdita di tempo si è moltiplicata per due. In ogni caso la filosofia del “ci penso” sarà immortale. E’ un modo diverso di dire “mi fa cagare, costa troppo, volevo solo scaldarmi che fuori ci sono gli eschimesi, non avevo un cazzo da fare in questo paio d’ore“. Dai, prima o poi riuscirò a capirvi. Forse.

 

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a Milano se sei bravo nel “salto” non paghi il biglietto


Con questo articolo vorrei fare una pseudo denuncia sociale. O come si chiama. Insomma vorrei discutere di un fenomeno ormai noto ai milanesi, ovvero quello del “salto ai tornelli“. Si parla di metropolitana, si parla di soldi e si parla di “prendiamo tutti tante mazzate“. Che cosa succede, dunque, nelle metropolitane della grande città italiana? Succede che l’Atm, azienda ben conosciuta (unica in Milano per muoversi), ha deciso di tutelare sé stessa apponendo l’obbligo di timbrare anche all’uscita dei mezzi, appunto. Peccato che la cosa non serva ad un cazzo, ponga noi paganti nella condizione di regalare i biglietti agli sconosciuti e ci metta nelle condizioni di rischiare un linciaggio, dato che gli addetti ai lavori si fanno beatamente i cazzi loro senza sorvegliare.

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Spesso, per non dire sempre, quando mi accingo ad uscire dai tornelli o dalle porte scorrevoli (che abominevole stronzata) c’è un simpatico individuo che sembra me lo voglia appoggiare, invece no, deve solo uscire senza biglietto usufruendo del mio passaggio pagato. Se ci sono i tornelli, ci sta che te lo appoggi proprio, se ci sono le porte, i sensori le tengono aperte se rilevano un movimento quindi restano aperte anche per far passare intere famiglie. Il tutto pagato da me. Queste persone ti aspettano, nel caso arrivassero alle uscite prima di te, e pretendono di passare, alcuni te lo domandano, altri ci provano e basta. Ed io non li faccio passare mai!

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Ad Assago, limite urbano, pagavo 5 euro al giorno per andare a lavorare, abbonamenti mensili fino a 55 euro, per una fermata extraurbana. Bene, al momento di uscire questi personaggi se non li facevo passare, facendo presente che spendevo l’ira di dio per usare quel biglietto, si incazzavano, additandomi e mandandomi anche a fanculo. Poi arriva il cinese di turno e loro passano, col cinese. Il tutto con continui gestacci nella mia direzione, perchè ho fatto perdere loro del tempo. I più anarchici non usano i paganti, saltano proprio il tornello con agilità, stanno diventando tutti più spessi da quando c’è questo divieto. Tutti atleti. E nel mentre questo accade, io mi volto a guardare i controllori e li trovo sempre lì, dentro il loro tugurio a guardare il cellulare o peggio ancora, per aria, sforzandosi fortemente di non guardare nella direzione dei tornelli: sia mai che li veda e debba intervenire, con il rischio di prenderle.

Si, perchè oggi se fai il tuo lavoro, le prendi. E noi poveri stronzi che paghiamo i mezzi pubblici non possiamo ribellarci, perchè finora mi è andata bene, negando il passaggio a questi nullafacenti, ma prima o poi qualcuno mi tira una pizza in faccia che me la ricordo per il resto della mia vita, se non la perdo proprio la vita (vedi fatti accaduti in metropolitana per aver chiesto di non fumare nei vagoni). Questo perchè non c’è sorveglianza, sono io a dover tutelare me stessa e gli interessi dell’Atm, stando attenta a chi mi si piazza dietro il culo. E’ uno schifo assurdo. E’ una presa per il culo, perchè quando dimentico io di timbrare o prendo il biglietto sbagliato, mi dano 36 euro di multa, se pago subito ovviamente (hanno anche il pos wireless se usi il bancomat). E non serve nemmeno che io mostri un’enciclopedia di ricevute di pagamento mensile o dire che “si, mi sono sbagliata, non ho pensato che per una fermata diventa extraurbana” (una cazzo di fermata di merda), perchè a me, persona onesta, la multa me la fanno e anche con una certa arroganza.

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Qui è un pò come Trenitalia prima dell’avvento di Italo. Un “grazie per la preferenza accordata” quando non ci sono alternative. Ci tocca dare un mucchio di soldi all’Atm e potrebbe anche starmi bene considerato il servizio che offrono, ma parliamoci chiaro: non solo in certe fasce orarie e d’estate dobbiamo aspettare infinità di tempo, non solo nelle fermate extraurbane ci sono orari improponibili per prendere il mezzo (e pagare paghiamo uguale, per lo stesso servizio urbano), non solo d’estate si muore di caldo o ci si siede di fianco ai pinguini, non solo fanno uno sciopero la settimana vietandoci l’utilizzo dei mezzi pagati comunque (non mi scalano la giornata dall’abbonamento), ma dobbiamo anche regalare i viaggi alla gente e rischiare di prendere mazzate. Non ci siamo. Non ci siamo proprio. Per il momento continuo la mia battaglia personale, ma speriamo che cambi qualcosa perchè non vorrei mai trovarmi all’ospedale per aver detto “no” ad un appoggio gratuito.

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