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il loop della quarantena


Come sappiamo, in Italia stiamo vivendo la pandemia da coronavirus e come sappiamo siamo tutti “chiusi in casa“. Se prima ci permettevamo qualche fujtina qua e là, adesso non si può più uscire se non per comprovate necessità. Un decreto che ci immobilizza, a parte i cretini che essendo cretini escono lo stesso, portano fuori il cane sessanta volte al giorno che a ‘sti cristi s’è infiammata la prostata, fanno running quando il massimo di attività che facevano prima del virus consisteva nella masticazione, vanno a comprare le sigarette (tabaccai aperti essendo beni di prima necessità) e invece di fare la scorta prendono un pacchetto alla volta, così “devo andare a comprare le sigarette” anche domani. E in questo modo la situazione va avanti, a piccoli inciampi.

the Piazza del Duomo at dawn

La quarantena l’avevo solo sentita nominare in tutta la mia esistenza, e per la prima volta mi trovo a viverla, in modo del tutto ingenuo ed elementare. Non mi sono preoccupata finchè ho cominciato a preoccuparmi: la salute, il lavoro, la gente, la crisi, l’economia, i rapporti e via dicendo. Così i miei giorni sono diventati tutti uguali e così i giorni di tutti gli italiani. Per un periodo hanno pianificato flash mob tramite i social dove si usciva sul balcone a cantare, suonare, applaudire, accendere lumini (torce del cellulare) ma anche questa “trovata” per unire i nostri cuori è andata scemando, perchè come ogni cosa che si ripete, ci annoia.

Abbiamo iniziato a fare esercizi, abbiamo cucinato, abbiamo mangiato (e si vedrà alla fine della quarantena), abbiamo guardato netflix (che i server stanno praticamente fondendo), abbiamo chattato come pazzi su ogni piattaforma (instagram, messanger, whatsapp) e abbiamo iniziato a videochiamare la qualunque, sono state inventate app per le chiamate multiple dove tutti quanti appaiono in videochiamata e può entrarci anche gente a caso, un party, una festa, una parvenza di normalità. Tutto ciò che un mese fa nemmeno ci sognavamo. Noi, cosi scoglionati e stressati dal lavoro e dai pensieri. Oggi? Qual’è il nostro pensiero comune?

Quando finirà?“.

annoiato

Ci manca tutto, ci manca un abbraccio, ci manca andare a bere qualcosa, ci mancano i ristoranti e the fork e i punti yummy, ci manca il sushi e l’amaro digestivo, ci manca il locale dove ascoltavamo musica dal vivo, ci manca il lavoro, ci mancano i colleghi e le magagne da risolvere, ci mancano i vicini da incrociare sulle scale ed insultare perchè fanno casino, ci mancano gli operai che stavano ristrutturando il palazzo, ci mancano i rumori delle auto sotto casa, ci mancano i negozi pieni di gente e ci manca andare a fare la spesa per il gusto di guardare tutti i prodotti sugli scaffali per ore interminabili.

Ogni giorno è un loop feroce. Ti alzi (quasi sempre tardi), fai colazione guardando il nulla, ti sdrai a letto e giochi a candy crash, poi cucini, pranzi, ti risdrai a letto e giochi a candy crash (che ormai ti ha regalato vite illimitate per farti svagare), poi guardi la tv, poi fai esercizi, poi vai sul balcone a respirare, poi pulisci casa, poi ti fai una doccia ed è ora di cena, cucini, ceni, lavi i piatti, guardi la tv sul divano, poi vai a letto, cazzeggi sul cellulare, chatti, dici alla persona con cui chatti “e anche oggi è andata“, poi guardi netflix, poi si fa una certa e ti scaldi una tisana, poi giochi a candy crash, poi leggi, poi t’addormenti. E domani, sarà la stessa identica cosa.

quarantena

E nel mezzo di questo loop, tu pensi. A tutto quello che succederà una volta finita la quarantena. Personalmente, io ho paura.

Una paura incredibile.

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Milano, oggi ci guardi


Ricordiamo, imprimiamo bene nel cervello il 2020 come questa catastrofe. Il coronavirus si abbatte sull’Italia e, se all’inizio sembriamo tutti sereni e spavaldi di fronte al fatto, oggi le nostre città sono vuote e noi siamo bloccati dentro quattro mura, spaventati e diffidenti. Tutti a dire “quanto allarmismo!” e poi gli stessi a saccheggiare supermercati, fare file interminabili per comprare i beni di prima necessità, come se tutto questo caos potesse impedirci anche di sopravvivere.

Andiamo con ordine, prendiamo coscienza.

Sentivo al tg questo nome, coronavirus, sentivo gente dire le cose più disparate, e io impavida uscivo e facevo come cazzo mi pareva. Sono andata in ferie e la mia settimana l’ho passata uscendo e insultando tra me e me la gente con la mascherina, chiedevo di non dirmi nulla, di non continuare a raccontarmi fatti tipo “sai, un mio amico è andato all’ospedale e ha visto che…“, no a me non interessa. E poi sono tornata al lavoro. E ho trovato la realtà che mi accoglieva.

virus

Ho passato una settimana di shock, dove il mio negozio era deserto, dove la mia città era deserta, dove i mezzi pubblici erano deserti e la poca gente che circolava stava lontana e diffidava di ogni altro essere umano. Sulla metropolitana mi ritrovavo ad aver paura a fare un colpo di tosse, perchè tutti mi guardavano. Non è passato molto eppure sembra un’eternità, 7 giorni di incredulità più totale. Dove salutarsi era diventato un problema, dove ancora oggi, tutto quello che era normale ora è un problema.

Sono a casa, a fruire delle ferie e dei permessi, perchè da me non si lavora. Dove la città è stata fermata da un decreto, dove tutti noi siamo stati messi in allerta. Collaborate, state a casa. Per arginare la cosa va presa coscienza e bisogna restare a casa. Così eccomi qui a cercare di fare cose, far passare il tempo, io che sono un leone in gabbia se mi chiedi di non uscire. Eppure è così che devo fare, non ho alternative. Questo virus si sta propagando alla velocità del suono e nessuno è immune.

metro

Oggi guardo la mia città, Milano, come un film muto, surreale. Una città dove nessuno si guardava mai in faccia, dove tutti correvano senza accorgersi degli altri, dove ognuno non era che un numero in mezzo a mille altre facce. Oggi no, oggi siamo tutti attenti, ci guardiamo, ci osserviamo e, anche se nel male, siamo più presenti. Nudi ed inermi, adesso siamo tutti insieme, coesi, verso la soluzione per tornare a vivere come prima, senza paura e senza tristezza. Verso un Italia che torni a fiorire come la primavera, dove l’economia gira e i ragazzi si divertono per strada, dove il sole lo respiri a pieni polmoni e dove l’aria ti sferza in faccia mentre corri come un pazzo.

coesione

Non facciamo cazzate, continuiamo a guardarci così, e la paura passerà, perchè siamo tanti e insieme siamo forti.

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facciamo una cosa a tre?


A parte che non scrivo da tipo, boh, un anno? Perchè? Beh non avevo stimoli né voglia, né idee né tempo. E forse dopo questo articolo tornerò in modalità silenziosa, tanto del mio blog non frega un cazzo a nessuno (vittimismo attivo). Ecco, a parte questo fatto, ho appena finito di colmare due ore del mio pomeriggio finendo una serie tv che avevo iniziato e che non vedevo l’ora di terminare. Questa serie fa acqua da tutte le parti ma soprattutto mi ha altamente innervosito. I personaggi, mi davano sui nervi, una in particolare, la volevo morta. Un telefilm assurdo basato su una relazione poliamorosa di tre imbecilli: moglie, marito e la terza (che diosanto ma più figa per tradirsi l’un l’altro no?).

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Ci sono loro, Jack e Emma, sposati, età non si capisce ma direi sui 40, una bella coppia americana con vicini simpatici, il cane, il lavoro e insomma che due coglioni di coppia. Non scopano più e quindi sono apatici, si guardano la tv con quel cazzo di carlino che ronfa lì sul letto e sospirano. Ma poi così dal niente lui decide di vedere una escort, ma una di quelle escort che non esiste: lei non scopa, se ti va bene è così altrimenti vai da un’altra escort! Beh i due si piacciono e quasi arrivano al dunque ma la moglie lo chiama. Torna a casa, lui confessa e lei non si incazza, anzi, il giorno dopo rintraccia la escort e ci esce lei, con limone finale annesso.

Ecco che inizia questa storia tra loro. Innamorati, appassionati, dolcissimi e tenerissimi. Si mollano, poi tornano insieme, cacciano la escort, poi se la vanno a riprendere. Lei è gay, non è gay. A lei piace lei, no a lei piace anche lui. E poi decidono di avere un figlio e una casa tutta per loro. Ma alla fine… non spoilero. Vedetevela voi questa cagata.

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La riflessione: come si fa ad amarsi in tre? Come si fa ad andare oltre all’orgetta occasionale? Come cazzo si fa dopo 10 anni di matrimonio a decidere di fare una famiglia con una terza donna? Un figlio? Utero in prestito? Casa nuova? Ma sono la sola che ritiene impossibile possa andare tutto liscio? Io credo che l’amore non sia estendibile, non nella stessa forma e che non si possa vivere in tre senza che qualcuno si faccia male. La serie tv mi ha dimostrato che ho ragione. Oltre ad avermi fatto capire che chi ha inventato questa serie ci ha creduto ma a mio avviso ha fallito.

Due donne che si amano non possono amare anche un uomo, nello stesso momento. E, a parte il momento sessuale, che sicuramente è una giostra per il marito, se torni a casa e tua moglie è nella vasca con la sua amante e s’è stappata il tuo vino d’annata, non ci stai dentro! Non puoi. Non se l’ami veramente. Chiamatemi bigotta, ma una relazione a tre ci sta per brevi periodi, poi qualcuno si stanca. Secondo questo telefilm la moglie avrebbe prestato gli ovuli all’altra tizia, (cercava un figlio da 7 anni, invano) che fertilissima avrebbe sfornato il bambino e lei, la moglie, non si sarebbe mai sentita una cogliona, secondo loro? No, secondo loro sarebbero stati tutti felici.

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E quello che penso è poi l’epilogo della storia.

Una vicenda agghiacciante, a mio parere.

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