ogni cacca “stop”!


Quand’ero bambina facevo uno strano gioco con mia madre. Per molti anni io e lei abbiamo affrontato lunghi viaggi, tutte le mattine, per recarmi a scuola. Abitavo in un quartiere di Milano, in periferia, e la mia scuola si trovava da tutt’altra parte. Questo perchè avevamo avuto uno sfratto e ci siamo trovati a scegliere la soluzione più sbrigativa, ma ormai la mia scuola era nel quartiere dove abitavo prima. Così ho terminato gli studi accollandomi 3 mezzi per andarci. Quanto tempo passato insieme, io e mia madre! Sempre molto complici e sempre molto sorridenti anche se sveglie dall’alba.

Il gioco consisteva nel diventare cieca. Nei tragitti più lunghi, quasi sistematicamente, dicevo: “mamma, ogni cacca stop!“. La prendevo a braccetto e chiudevo gli occhi. Il suo compito ero accompagnarmi nel cammino e avvertirmi se ci fosse stato un imprevisto per strada, così che lo avrei scavalcato o driblato. Il comando era, appunto, “stop“. E’ divertente pensare che l’ostacolo più temuto era la cacca di cane sul marciapiede, quando ai tempi non esisteva l’usanza di raccoglierla, quindi Milano ne era cosparsa. Ecco che non vedevo più niente. Non sapevo dove stavo andando e lasciavo a mia madre il compito di indirizzarmi, come nella vita, anche sulla strada.

Cosa significava tutto questo? Perchè lo facevo? Ricordo che la sensazione più forte era “cosa penserà la gente vedendomi con gli occhi chiusi? Che sono cieca? Che sono pazza?” e mi divertiva pensare che le persone si interrogassero su questo. E poi pensavo “come sarebbe se non ci vedessi più?“. E questo mi faceva paura. Ma non abbastanza per riaprirli. Quando mia madre si fermava sapevo di essere giunta al termine (autobus, panettiere per la colazione, scuola) e allora tornavo a guardare il mio mondo. Così com’era. Con la gente che correva per andare a lavorare, con i bambini che prendevano la brioche calda al panificio, con tutte quelle persone adulte che io sentivo lontane. Io ero una bambina, e questa era la mia sicurezza maggiore.

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Oggi, a distanza di trent’anni, vorrei poterlo rifare, questo gioco idiota. Oggi avrebbe una connotazione totalmente diversa. Non mi intrigherebbe più la sensazione di essere oggetto di attenzioni altrui, oppure quella di essere condotta da qualcuno senza preoccuparmi dell’itinerario o anche quella di alzare in me l’adrenalina per schivare l’ostacolo nel momento del comando. Oggi mi piacerebbe non guardare il mio futuro, non osservare ciò che mi circonda, così cambiato, così atrocemente adulto. Vorrei poter chiudere gli occhi e lasciare che altri si occupino del resto, potermi nascondere, perchè se non vedo io non mi vedono nemmeno gli altri. Vorrei potermi sentire al sicuro, ad occhi chiusi, senza vedere quello che mi potrebbe accadere. Perchè oggi sono più vulnerabile di allora. Oggi non sono più quella bambina.

A quei tempi non immaginavo che sarei arrivata ad oggi, che sarei diventata la donna che sono. Nè credevo che mi sarebbe ancora venuto in mente quest’improbabile gioco. E soprattutto non pensavo che avrei provato il desiderio di rifarlo, per avere ancora la sensazione che niente e nessuno mi possa scalfire, che niente mi possa mai far inciampare. Credo però di averlo fatto ancora, credo di aver chiuso gli occhi un attimo, ma questo mi ha fatto commettere una serie di innumerevoli errori. Perchè oggi non sono quella bambina, oggi il significato delle cose, delle azioni, e dell’amore non è più lo stesso. Avrei dovuto aprirli, questi occhi, e guardare cosa stava succedendo.

Non ero affatto una codarda, trent’anni fa, ero pronta ad ascoltare le voci, le parole, i discorsi fuori dal mio mondo puerile. Oggi invece è tutto diverso. Non ho più saputo ascoltare, nè gli altri, nè me stessa. Consiglio a tutti voi di farlo, ogni tanto. Di chiudere gli occhi e di dire a chi vi ama “ogni cacca stop!“, affinchè vi eviti di farvi male, affinché vi aiuti a non farvi cadere. Per non avere la responsabilità di dovervi perdonare.

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