e poi ti senti come quel bicchiere di vino che era l’ultimo


Spesso mi sono trovata a scrivere su questo blog i cosiddetti “cazzi miei“. Quelli più sensibili, come la pelle d’oca che tenti sempre di nascondere. Il mio corpo non risponde più ai miei comandi, non sono in grado di fare tre piani di scale senza sentirmi stremata. Il fiato corto, le gambe doloranti e la voglia spasmodica di sedermi da qualche parte. In metropolitana fare 5 fermate in piedi mi sembra una tragedia. Le borse pesano troppo e la mattina le occhiaie sono diventate più profonde di un tempo. Ti accorgi che questi 40 anni li hai davvero. Anche se lì per lì non te li danno mai. E quando arriva il periodo del ciclo ti senti ancora più triste di quanto lo fossi anni addietro. Forse sono io che sono scombinata. E’ come se fossi il cubo di Rubik e qualcuno mi avesse girata e rigirata, impossibile da rimettere a posto.

Mi sveglio la mattina con la stanchezza nel cervello, quella profonda. Quella che anche piangere è faticoso. E vado a lavorare, molte ore in piedi, molte ore con il sorriso stampato sul volto. Eppure ultimamente non ho voglia di sorridere. Mi sembra tutto troppo difficile, troppo contorto. Come dover scalare l’Everest. Ho deciso di smettere di fumare, per rendere la mia vita più sana, per non dover più trattenere la tosse in pubblico perché, cazzo, sembra che un tisico stia meglio di me. Ma non è cambiato molto da allora. Così mi sono messa a dieta e mangio roba senza un senso, per togliere di mezzo questi kg che mi rendono pesante e brutta da guardare, ai miei occhi. E qui, in questi momenti, io mi domando: perché? Perché fare queste scelte ora?

Di solito quando si ha un progetto si è carichi. Io mi sono scaricata come una pila. Mi sento annichilita dagli anni che passano e non mi regalano mai nulla di più di quello che ho. Forse sono io che non mi costruisco davvero ma mi lascio costruire. Non è mai stata poi così facile, questa vita. Dove tutto scorre e basta. Vette da salire, discese da percorrere. Dolori e gioie. Insomma, niente di diverso da altri milioni di esseri umani. Che cosa dovrebbe mai capitarmi di così eclatante? Per cambiare ogni sfumatura di questo mio esistere. Ma c’è una risposta a tutto questo: sono diventata grande.

Ma di un grande che non si può risolvere. Quel grande che ti compri le creme per il viso e ti trucchi molto di più. Quel grande che se piangi sembri una depressa e che se ti incazzi pari in menopausa. Quel grande che non fai lo shopping compulsivo da Bershka ma da Tigotà. Insomma sono diventata quel grande che non sei realizzata ma troppo in ritardo per qualsiasi cosa. E’ brutto accorgersi che sono volati quegli anni belli dove la tua pelle era tutta da accarezzare. E non c’è modo di tornare indietro per recuperarli. E ti senti stupida allora a fare la dieta, a cercare una bellezza che non hai dentro. Perché sei invecchiata. Perché sei diventata vecchia dentro.

L’accettazione di essere come quel bicchiere di vino, che hai guardato a lungo sul tavolo, e hai bevuto lentamente. Perché sarebbe stato l’ultimo. Se vuoi dimagrire non devi bere alcolici. Se vuoi quel bicchiere di vino, devi rinunciare ai tuoi 80 grammi di pane a pranzo. E’ tutta così la vita, una rinuncia per una conquista. Ma quale delle due vale la pena? Non si sa. E’ solo questione di scelte. Per ora io ho scelto di essere quel bicchiere ormai vuoto. Che è stato desiderato ma che non ha più nulla da offrire. In maniera ottimista penso che forse non è ancora detto. Che questo cambiamento può diventare piacevole. Che non sempre perdere qualcosa significa non avere poi una fetta di vita migliore.

Dove il vino è dietetico, per esempio.

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