Archivi del mese: novembre 2015

donne: ho la febbre / uomini: sto morendo


Come affrontiamo le malattie? Le più comuni: influenza, febbre e via discorrendo. Le persone “normali” le curano, si prendono le pasticche, si mettono a letto, bevono brodo di pollo, stanno al caldo e poi la vita torna a sorridere. Invece ci sono due categorie specifiche di soggetti che non la vivono proprio così. Di chi sto parlando? Beh, molto facile da intuire: gli uomini e gli ipocondriaci. Più o meno siamo sullo stesso livello quindi non starò lì a dividere le due fazioni ma a farne un unica descrizione. Considerate che gli ipocondriaci hanno diversi altri livelli di gestione, sono un tantino più preoccupanti.

Arriva il periodo dell’influenza e ce la prendiamo. I sintomi sono gli stessi per tutti: male alle ossa, brividi di freddo, squaraus potente, inappetenza e nausea. Ecco, gli uomini si allarmano già al primo sintomo. Che sarà mai? Perchè cazzo mi fa male a piegare le dita delle mani, oddio. E le muovono, e le piegano, e se le martellano. Il dolore è lì, non si placa. Solitamente hanno attacchi d’ansia e iniziano a sudare/svenire. I sintomi aumentano e mentre la malattia fa il suo corso gli uomini non esitano a mettersi nel letto, come delle salme. Sussurrano parole deliranti, indossano sciarpe e guanti di lana, si alzano 10 volte ad andare in bagno per verificare se cagano ancora molle. E se ciò accade: “lo sapevo… non passerà mai, morirò così“.

Il più delle volte questi uomini hanno donne al loro fianco: mogli, fidanzate, sorelle, conviventi, madri. Loro in quel momento si aggrappano a queste figure, più che ai medici che, anzi, temono come la peste. Le chiamano 25 volte all’ora, con voce disperata e rotta: “amoreee vieni quaaaa ho la febbre altissima, deliro, ho bisogno di aiuto, tienimi la mano“. Poi gli provi la febbre e hanno 37.1. Dicono alle loro donne di essere al termine e che se accadesse loro qualcosa “ti ho sempre amata, non dimenticarlo mai“. Quando starnutiscono, per il contraccolpo, si lasciano cadere sul materasso come se ciò avesse provocato loro un collasso. Dopo aver vomitato li devi trascinare a letto e nel mentre emettono versi simili a rantoli e grugniti.

Gli uomini sono dei cacasotto. Non vogliono le punture, non vogliono andare all’ospedale, non voglio andare dai medici, non vogliono più vivere. Quando si ammalano gli uomini diventano bambini. Anzi, i bambini sono più coraggiosi di loro. Poi c’è la moglie che deve fare il letto del tipo “Ugo cazzo, sono due giorni che sei qui dentro, i batteri stanno facendo famiglia“. Allora l’uomo rimane interdetto e domanda “e mentre fai il letto io dove mi metto? Non posso mica stare in piedi“. Allora la moglie va a prendergli una sedia e lo piazza lì. Ma niente: “muoviti, non resisto, sto per svenire, qui non riesco a starci, oddio sto morendo, oddio sto andando” (da fatti personalmente vissuti).

Io non sono un uomo ma sono ipocondriaca, quindi so perfettamente di essere proprio come questi casi. Riesco a sudare anche solo se penso di ammalarmi. Non è piacevole ma è anche molto facile sdrammatizzare certe condizioni mentali. Riderci sopra, una volta passate. Da sempre, l’uomo è portato a ricoprire il ruolo di capo famiglia, protettore, forza virile. Ma una malattia lo piega come niente al mondo. L’uomo non è capace di affrontare queste cose. Menomale che ci sono le donne, pilastri fondamentali.

Ugooooo, ti faccio la puntura dai, smettila
no no no e no!

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e poi ti senti come quel bicchiere di vino che era l’ultimo


Spesso mi sono trovata a scrivere su questo blog i cosiddetti “cazzi miei“. Quelli più sensibili, come la pelle d’oca che tenti sempre di nascondere. Il mio corpo non risponde più ai miei comandi, non sono in grado di fare tre piani di scale senza sentirmi stremata. Il fiato corto, le gambe doloranti e la voglia spasmodica di sedermi da qualche parte. In metropolitana fare 5 fermate in piedi mi sembra una tragedia. Le borse pesano troppo e la mattina le occhiaie sono diventate più profonde di un tempo. Ti accorgi che questi 40 anni li hai davvero. Anche se lì per lì non te li danno mai. E quando arriva il periodo del ciclo ti senti ancora più triste di quanto lo fossi anni addietro. Forse sono io che sono scombinata. E’ come se fossi il cubo di Rubik e qualcuno mi avesse girata e rigirata, impossibile da rimettere a posto.

Mi sveglio la mattina con la stanchezza nel cervello, quella profonda. Quella che anche piangere è faticoso. E vado a lavorare, molte ore in piedi, molte ore con il sorriso stampato sul volto. Eppure ultimamente non ho voglia di sorridere. Mi sembra tutto troppo difficile, troppo contorto. Come dover scalare l’Everest. Ho deciso di smettere di fumare, per rendere la mia vita più sana, per non dover più trattenere la tosse in pubblico perché, cazzo, sembra che un tisico stia meglio di me. Ma non è cambiato molto da allora. Così mi sono messa a dieta e mangio roba senza un senso, per togliere di mezzo questi kg che mi rendono pesante e brutta da guardare, ai miei occhi. E qui, in questi momenti, io mi domando: perché? Perché fare queste scelte ora?

Di solito quando si ha un progetto si è carichi. Io mi sono scaricata come una pila. Mi sento annichilita dagli anni che passano e non mi regalano mai nulla di più di quello che ho. Forse sono io che non mi costruisco davvero ma mi lascio costruire. Non è mai stata poi così facile, questa vita. Dove tutto scorre e basta. Vette da salire, discese da percorrere. Dolori e gioie. Insomma, niente di diverso da altri milioni di esseri umani. Che cosa dovrebbe mai capitarmi di così eclatante? Per cambiare ogni sfumatura di questo mio esistere. Ma c’è una risposta a tutto questo: sono diventata grande.

Ma di un grande che non si può risolvere. Quel grande che ti compri le creme per il viso e ti trucchi molto di più. Quel grande che se piangi sembri una depressa e che se ti incazzi pari in menopausa. Quel grande che non fai lo shopping compulsivo da Bershka ma da Tigotà. Insomma sono diventata quel grande che non sei realizzata ma troppo in ritardo per qualsiasi cosa. E’ brutto accorgersi che sono volati quegli anni belli dove la tua pelle era tutta da accarezzare. E non c’è modo di tornare indietro per recuperarli. E ti senti stupida allora a fare la dieta, a cercare una bellezza che non hai dentro. Perché sei invecchiata. Perché sei diventata vecchia dentro.

L’accettazione di essere come quel bicchiere di vino, che hai guardato a lungo sul tavolo, e hai bevuto lentamente. Perché sarebbe stato l’ultimo. Se vuoi dimagrire non devi bere alcolici. Se vuoi quel bicchiere di vino, devi rinunciare ai tuoi 80 grammi di pane a pranzo. E’ tutta così la vita, una rinuncia per una conquista. Ma quale delle due vale la pena? Non si sa. E’ solo questione di scelte. Per ora io ho scelto di essere quel bicchiere ormai vuoto. Che è stato desiderato ma che non ha più nulla da offrire. In maniera ottimista penso che forse non è ancora detto. Che questo cambiamento può diventare piacevole. Che non sempre perdere qualcosa significa non avere poi una fetta di vita migliore.

Dove il vino è dietetico, per esempio.

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il dramma interiore dei bloccatori seriali


Ci sono loro, quelli che bloccano. Su facebook, soprattutto ma anche su instagram e altri social di nostra conoscenza. La domanda che ci si pone è: “perché?“. I motivi che spingono un individuo a bloccare sono molteplici, primo in classifica è sicuramente “non mi molesterai mai più“. Infatti, spesso, ci si trova costretti a questa azione drastica quando si viene importunati da troll o personaggi fastidiosi che:

  • mandano foto del proprio pisello
  • ti chiedono se vuoi prenderli a pugni
  • fingendo di fare una tesi, vogliono sapere se gli insetti ti fanno schifo
  • esordiscono per mesi con “hey ciao, ci conosciamo?” anche se tu non rispondi mai
  • mettono 2.000 like al minuto a tutte le tue foto, intasando la tua area notifiche
  • ti invitano a metterti in cam con poco e niente addosso

Dopo un pò ti trovi costretto a farlo, e a dirla tutta nemmeno ti pesa, anzi. Il blocco è sicuramente una protezione anche se, diciamocelo chiaramente, a questi cretini basta crearsi un secondo profilo e tornare alla riscossa. Ma sono così tante le prede in rete che non perdono nemmeno tempo, a meno che non si tratti di vero e proprio stalking virtuale.

Un altro motivo del blocco è: “non voglio che tu sappia i cazzi miei, stronzo“. E’ vero che si può rendere la bacheca privata, così come instagram (anche se per quest’ultimo social è una perdita doverlo fare, dato lo scopo del social) ma è anche vero che alcuni dati (come la foto profilo) sono visibili a tutti. Quindi io ti blocco, così non vedi nulla di me e io altrettanto. Perché? Mi hai ferito, mi hai deluso, mi stai sul cazzo e bla bla bla. Ognuno ha il suo.

E poi ci sono i blocchi senza senso, quelli del “ti voglio fare un dispetto“. E qui mi domando, ma che cazzo fai? Ci sono questi personaggi che arrivano al blocco su facebook o altrove per motivi sconosciuti. Non li caghi magari per un pò di tempo (le ragioni sono tante) e ti bloccano. E te ne accorgi magari mesi dopo perché, senza rancore, ma chi ti calcolava? Il blocco ha un senso se vuoi impedire a qualcuno che conosci, o che ti disturba, di avere accesso ai tuoi dati personali (fossero anche pochi), ma se questa persona è innocua ma soprattutto non ti caga, che senso ha? Credono davvero che importi di loro? O credono sul serio che il bloccato possa risentirne? Penso che si accusi tanto la gente di esibizionismo ed egocentrismo ma non ci si accorge di averne in sovrabbondanza di per sé.

Questi soggetti sono indecifrabili sotto certi aspetti ma molto comprensibili sotto altri: non hanno un cazzo da fare né da pensare. Osannano un’esistenza ricca e impegnativa, ma trovano sempre il tempo per bloccare gente che non li pensa proprio. E poi partono a raffica con sermoni deliranti su atteggiamenti che loro stessi assumono, insomma il bue che dà del cornuto all’asino e poi si rintanano in camera col pc a sparare merda su gente che li pensa solo la frazione di un attimo, tra un long island e l’altro, per commentare, appunto, questi deliri di onnipotenza. Ma poi non li pensa più. Questa sicurezza di avere il potere di dare “fastidio” al prossimo è controproducente. Il fegato ne risente. Nessuno li caga. Tutte le considerazioni fatte su questi personaggi si limitano, appunto, all’inutilità di certe azioni sui social.

Ma niente, salgono in cattedra a dare lezioni di vita, morali del cazzo. Puntando il dito contro tutto e tutti, che sono cattivi, che sono esibizionisti, che sono infantili. E poi cosa accade? Innanzitutto fanno la stessa cosa, scrivono scrivono e scrivono, cose per cui  (a detta loro) non serve condividerle su facebook, se sono vere. E poi decidono che quella persona va bloccata. Ed ecco che scatta l’azione più inutile della storia. Bloccare sui social. C’è sempre in motivo per farlo, ma alcuni di questi motivi così stupidi da sgretolare agli occhi del mondo tutta quella convinzione e quel moralismo del cazzo, in un nanosecondo. Sappiatelo, bloccatori seriali, tutto ciò che cianciate è un mucchio di polvere, se poi fate di queste cose.

Concludo con un’ultima considerazione. Questi bloccatori, se mai scoprissero di essere stati bloccati a loro volta, da altre persone, si salvi chi può! Non ci si può credere: ma perché? Ma che senso ha? Ma non ho mica capito il motivo! E io vorrei dire loro: ma tu, pensi di farcela un giorno a riprenderti? Fate quello che volete, gente, ma non rompetevi troppo le palle perché se continuate così ve le trovate sui talloni. Cercate un pò di serenità interiore che così andando rischiate di cadere nel buio. La torcia del vostro smartphone non basterà ad illuminare la via.

Peace & Love.

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