se non è pazza non è mia amica


Ci sono delle amicizie che hanno come colonna portante la diversità. Se due persone sono troppo distanti non sono compatibili, idem se sono troppo vicine. Eppure ci sono dei rarissimi casi dove proprio questi estremi rendono tutto possibile. Così ci siamo io e te. Due città, due vite, due età, due vissuti, due obiettivi, due traguardi, tutto diverso. Un unico punto in comune: l’amaro. Perché a noi due piace la ciocca casalinga, quella dove ti ingolfi come un anziano dopo un pranzo di Natale. In quanti posti l’abbiamo fatto? Penso quasi tutti.

Il nostro incontro? Due parole. “io devo bere“. Una ragazza che arriva da Torino, annoiata, che non ha amici, che sta cominciando un nuovo capitolo e dall’altra parte una ragazza che gioca in casa e che posti dove farla bere li trova sicuro. Ecco che siamo andate a mangiare qualcosa dopo il lavoro e ci siamo trovate a parlare di tutto, in dieci minuti. E poi il selfie in metropolitana, con sorrisi plastici ma sinceri, di due sbronze che tornano a casa felici. E’ cominciato tutto da lì.

E c’è stato il dialogo hot, quello dove tu parli di piselli e di inciuci senza freni. E io timidamente ad ascoltare. Che poi che cazzo ti posso dire? io sono lesbica! Ma anche se lo sai non ti stoppi, piselli piselli e piselli. Come se non ci fosse un domani. E tu che mi strattoni e mi dici “ma hai capitoooo?“. Eh sticazzi, no non lo so! Però mi viene da ridere e scuoto la testa. Io che di sesso non parlo mai! Di dialoghi così ogni volta, vero amica? Tutti i nostri incontri iniziano con te che sbotti “ma tu non lo sai!“. E io invece so, so perfettamente che sta arrivando quella notizia, di una nuova, colossale, infingarda e lubrificatissima scopata. E sorrido.

Poi ci sei tu che quando sono triste mi guardi seria e dici “e tu, cosa pensi?“. Quegli occhi fermi di chi vorrebbe non dovermelo chiedere ma lo fa. E se io non rispondo o mormoro un “lascia stare“, te non insisti. Tu che mi hai accusata di essere forse egoista ma che il giorno dopo mi hai capita al volo. Tu che sei obiettiva di fronte al mio dolore e non lo minimizzi mai, ma che con sincerità lo discuti. Tu che sai essere esplosiva come una bomba atomica ma che sai anche accarezzare i miei silenzi. Ma poi, dopo quel drink, perdi la concentrazione e torni a fare saltare in aria i tavoli. Sei proprio così, amica!

Ci siamo noi che prendiamo un enjoy e la troviamo distrutta, lo specchietto che penzola e la batteria del cellulare all 1%. Ma seduta sul marciapiede, al freddo e al gelo, col vento di tramontana, e l’auto che non si apre, mi dici “stai serena!“. Ti odio, fortemente, in quel momento. Vorrei prenderti a calci ma alla fine prendo a calci l’enjoy e tu non fai una piega. Poi passa il cialtrone che ti chiede se vogliamo un passaggio e tu rispondi “eh dai.. perchè no?“. Ma ti pare? Quella sera ero sobria, motivo per cui ti avrei uccisa. E poi abbiamo corso, perchè quell’auto non si apriva, e ci siamo infilate in metro, ultima corsa. Senza avere modo poi di prendere la coincidenza. E abbiamo vagato per Milano, con me incazzata nera che camminavo a 10 metri avanti a te. E la tua voce da dietro, tra una risata e l’altra: “ma stai serena“.

E poi arriva la metro e tu sei in culo alla carrozza e io non ti vedo. Allora esci di corsa per raggiungere la mia, 30 metri di balzo. E ridiamo per mezzora, con le lacrime agli occhi, perchè la scena è assurda. Perchè le nostre facce sono assurde. Perchè è la rappresentazione unica di ciò che siamo. Due anime che si corrono dietro ma che non hanno la necessità di viversi ogni giorno. Ogni nostro incontro è come se fosse la coda di quello di ieri. Anche se non è così. E’ un sequel, continuo. E il sottofondo è sempre lo stesso: risate, risate, risate. Quelle risate sbronze ma anche lucide, quelle risate amare e anche sognatrici, quelle risate di due persone con futuri diversi, con vite diverse ma che oggi sono sulla stessa linea di condotta. Verso quello che saremo, domani.

Averne di amicizie così.

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