Archivi del mese: marzo 2015

la teoria del “c’è di peggio”


Ci sono cose che ti sembrano impossibili da capire. Da digerire. Da superare. Problemi da risolvere, questioni da chiarire, persone da dimenticare. Questa è la vita, ed ogni volta che ci troviamo di fronte a tutto questo abbiamo due soluzioni: disperarsi o pensare che “c’è di peggio“. Allora ti ritrovi ad una panchina con la testa tra le mani e una signora ti s’avvicina e ti porge un invito. La guardi e lei ti spiega che è un invito ad un incontro di chiesa. Tu, che nemmeno credi di credere in qualcosa, la guardi e dici “è un brutto momento, scusi” e lei risponde “proprio per questo guardati intorno, io sono malata di cancro ma ancora spero“. Allora ti viene un pò la stizza e dici “lo so, lo so, che c’è di peggio“. Ma lei ti guarda con gli occhi dolci e replica “il tuo peggio non per forza è meno del mio“.

Tutto è molto più semplice di quello che pensiamo. Anche quello che lì per lì ci sembra insormontabile. Ci sono cose che accadono e ti scuotono perchè metti in discussione te stessa. Chi sei? Hai mai davvero azionato il cervello? Ti sei guardata dentro sul serio, profondamente? Hai guardato bene chi avevi di fronte? No, per niente. E ti senti stupida. Non dovevi essere te stessa, non dovevi donarti in tutto ciò che sei. Perchè quello che sei è il risultato del tuo vissuto e non è mai colpa tua. Le persone si amano perchè trovano nell’altro qualcosa di speciale, di affine. Eppure alla resa dei conti sono sempre i “problemi” che vincono. Ma l’amore, benchè un sentimento universale, si vive in base allo spazio che il tuo cuore gli permette di riempire. Questione di dimensioni, in ogni cosa.

Oggi penso che c’è davvero di peggio, quel peggio però che ti fa ridere, sorridere, divertire. Quei “peggio” che dici “vorrei fosse un pò il mio peggio” perchè in realtà sono solo stupidaggini. I rapporti veri, quelli coerenti sono la dimostrazione che esiste il “nonostante tutto“. E io credo in questi amori, non in altri. Così vi dico che c’è qualcuno che sta insieme da 7 anni. Uno dei due ha un tabaccaio e l’altro fuma il tabacco. Beh, ieri mi dicono che uno non ha mai portato gratis il tabacco all’altro a casa perchè ci guadagna le provvigioni. E dici “cazzo, ma allora c’è di peggio“. Come si fa a stare sette anni con qualcuno che non ti da il tabacco che vende per delle provvigioni? Poi sorrido e penso “si fa” perchè ci si comprende. Perchè la vita è fatta di compromessi ed accettazione, soprattutto in amore. Lui potrebbe non fumare, per esempio. O l’altro potrebbe regalarlo, altro esempio. Nonostante questo stanno prendendo casa insieme. Perchè sono solo cazzate.

E poi c’è quella coppia che una delle due si mette a ballare per strada in maniera ridicola. E io la vedo che la guarda anche un pò schifata. Imbarazzata e vorrebbe scomparire. E che forse hanno vissuto dolori e ferite inimmaginabili eppure ridono una dell’altra, si accettano. Perchè il tempo cura ogni dolore. E nonostante “il loro peggio” sono ancora qua. A dare spettacolo del loro piccolo personale. Le guardo e penso che ho creduto di avere tanto e in un attimo l’ho perso. Ma studiando queste persone capisco che forse non l’ho mai davvero avuto. Quindi sospiro e mentre salgo in macchina penso con tutta me stessa “c’è davvero di meglio“.

E per finire c’è lui che mi abbraccia e mi dice “bella mia“, con quel suo accento meridionale che mi fa tenerezza. E quella stretta è così vera che mi sembra di provarla per la prima volta. Quegli abbracci incondizionati, nati proprio dall’affetto e dalla voglia di farmi stare bene. Quello stesso ragazzo che osservo mentre si butta nella mischia dei locali e con gli occhi cerca qualcosa. Un velo di malinconia aleggia sul suo viso, ogni volta che questa cosa non la trova. Penso “c’è chi non lo trova, c’è chi lo cerca troppo“. Perchè lui è così splendido che quasi mi sembra un’offesa dire che non trova perchè merita di meglio di ciò che vede. E quando si rattrista e lo vedo perso nel suo mondo vorrei urlargli “c’è di peggio“.

Grazie amici vicini e lontani, che quando c’è stato bisogno ci siete stati. Senza troppe parole e senza troppe illusioni. Ma con la sincera voglia di togliermi le bende e di mostrarmi nella sua interezza questa vita e questo mondo cui appartengo, fatto anche di queste delusioni e di questi sonori schiaffi morali. Ma anche con la visione nitida e sincera del “c’è di peggio amica mia, c’è che tu ti sei rialzata per molto di più“. Voglio riuscire a pensarlo ogni giorno a venire. Lo prometto.

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il predicatore e la razzola


Ci sono dei comportamenti che spesso ho riscontrato nella gente. Come quello che tu li cerchi e loro fuggono. Che tu vuoi passare del tempo con loro e loro decidono quando e come. Come quello di lamentare una tua mancanza e poi mancare per primi. Tra i tanti atteggiamenti che vedo questo è quello che trovo più frequente. E’ come se fossero quasi tutti così, cazzo. Non c’è scampo. Nella mia vita ho avuto questo “obbligo” mille volte, mi imponevo, proponevo, quasi supplicavo di stare con qualcuno. Ed erano sempre “eh dai ti aggiorno“, “eh si magari dai“, “eh ti faccio sapere perché sta settimana…” e poi il fantastico giorno prima di vedersi “mi dispiace, ho avuto un contrattempo“. Io allora capivo che forse non c’era questo grande interesse di stare insieme e voltavo pagina.

Negli ultimi anni non mi sono più comportata così radicalmente. Ho riflettuto che forse sono troppo drastica e poco tollerante. Che non siamo tutti uguali, che ognuno di noi ha delle preferenze/priorità. E allora ho cercato di adeguarmi. Ma ho una soglia oltre la quale, ahimè, non posso proprio andare. Perché divento scorbutica, perché mi irrito e perché finisce che quelle persone non le posso più vedere manco col binocolo! Per evitare questo cerco di dosare e centellinare quelle che iniziano come una frequentazione massiccia, perché non può essere equilibrata se le famose preferenze/priorità sono davvero troppo distanti. E fin qui…

Amicizia è una parola grande, è fatta di tante cose, una su tutte i “compromessi” che smettono di essere tali quando c’è voglia di stare insieme. E’ fatta di onestà: a me piace fare questo e quello, non mi piace uscire a fare quello o quell’altro, preferisco questo e quello; non campare scuse e poi ingenuamente dimostrare che erano pure un bel pò di cazzate. Siamo tutti liberi di scegliere per noi stessi, è un diritto, non è necessario nascondersi dietro un dito. Non bisogna essere ipocriti, è importante anche cosa ci piace fare, cosa ci piace vedere. Il contorno in un incontro fa tanto, e se non siamo a nostro agio o dopo un pò ci annoiamo delle solite routine, bisogna che si cambi registro, che si faccia qualcosa di diverso. Insieme. Ma ci sono persone che “ce la fanno“, altre che no. Nessuna colpa, nessuna macchia. Solo quella famosa “distanza” è più difficile di ciò che pensavamo. And go on.

E torno a scrivere: fin qui…

Ciò che mi “disturba” e non poco, è la continua convinzione che siamo noi a sbagliare. Quel “ma sei viva?” che ogni tanto arriva. Quelle “comunicazioni di servizio” che ci fanno pervenire sul nostro, a loro dire, atteggiamento egoista. Qui si scambiano lucciole per lanterne. Qui si parla di persone che per un pò hanno detto “si” e poi hanno smesso di dire qualsiasi cosa. Perchè tanto non sarebbe cambiato nulla. Come dire? Capita? Capita che non ci si vuole più adeguare? Capita che da entrambe le parti c’è stato uno stop e non solo da una? Che si continua a fare la propria vita ognuno coi cazzi propri e io non me ne sto affatto lamentando? E allora, di cosa parliamo? Ci si fa la propria vita, le proprie uscite (con tutte le proprie preferenze/priorità) senza considerarci e poi? Siamo noi a sbagliare? A me sta benissimo, ma vedo che ad altri non va proprio giù.

Ma è qui che sta il bello: predicare bene e razzolare male.

Credo che tutti noi dovremmo guardarci dentro e ripercorrere a ritroso il rapporto. Farci un’idea di ciò che è stato, di quante volte ci siamo adeguati, di quante volte abbiamo rifiutato, di quante volte non “avevamo voglia” e soltanto dopo, semmai, sentenziare sugli altri. Questo articolo parla di una parte della mia vita molto grossa, perchè ripeto, di persone così ne ho incontrate tantissime. Poi ovvio che uno spunto c’è, non posso negarlo, ma perchè ad una certa quando vedo ipocrisia mi vorticano le palle e vuoto il sacco. Poi io sono onesta nel dire che vivo serena, non ho problemi, non mi lamento, non sento il peso di tutto questo (magari un tempo la vivevo diversamente, ma non ora). Sono proprio, come dicono dalle mie parti, sciallissima.

Però non ho voglia di subire le paranoie degli altri su comportamenti che appartengono soprattutto a loro. Come si dice? Facciamoci un’esame di coscienza ballando, tutti quanti. Tipo flash mob, quando e dove? Accetto inviti.

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la legge di Murphy mi fa un pippozzo


Ho imparato una cosa: niente è mai come crediamo. Ti convinci che finalmente è come desideravi tu, tutto perfetto. E come lo pensi succede qualcosa che ti dimostra il contrario. Pochi giorni fa ho postato uno status su facebook che dice così: “quando le cose sembrano andare bene poi vanno male, invece quando sembrano andare male poi vanno malissimo proprio” e un pò me la sono tirata. Non esiste una cosa che vada davvero bene e se all’apparenza sembra tutto nitido e bellissimo sappi che il torbido sta da qualche parte e prima o poi emergerà.

Ci sono diverse teorie a riguardo, una è la legge di Murphy. La mia, invece, di legge, sostiene che non andrà mai bene. E stavolta ha un pò funzionato. E’ come un paraurti, un airbag, una preparazione alla delusione. Vi è mai capitato di avere una notizia, una notizia di quelle grosse però, di quelle che non te l’aspetti? Che tu ti ghiacci lì a quel tavolino e pensi “no, non è possibile“? Ecco, io l’ho ricevuta. Ma il problema non sta nemmeno lì, sta che se ci pensi, se ti fermi lucidamente a riflettere… tu invece ci credi eccome. Perché pensi “può essere tutto così dannatamente perfetto?“. No, la risposta è “no“. Ecco il motivo di questa sonora sberla in faccia. La vita funziona così.

Tante volte nella vita mi è dispiaciuto che non andasse come speravo. Ci ho sofferto. In tanti tipi di rapporto. Oggi mi domando perché dovrei starci così male, tanto in fondo va sempre a finire così, lo so. L’ho sempre saputo. Oggi, che è dopo ieri, penso che è davvero meglio sia andata com’è andata. Che alla fine non posso mettere sull’Olimpo le persone, non posso crederle immacolate e meravigliose. Perché le persone non lo sono mai. Io per prima. Facciamo tutti moltissimi errori, ogni giorno, ogni minuto. Ma credo che sia importante che questi sbagli siano visibili agli occhi. Quando non vedi difetti, quando tutto appare straordinario, fidati: c’è la fregatura. E allora scopri cose che non immagineresti mai. E come si dice “cadi dal pero” e che male al culo!

Quando ti raccontano qualcosa di shoccante su qualcuno è importante non fermarti alla prima versione. Ma la prima versione l’hai già avuta, nel tempo, conoscendo l’altro. Se emergono cose che ti feriscono e che ti sconvolgono, non credere di dover avere altre spiegazioni perché credere di conoscere qualcuno è già una fottuta versione. E quando tutto viene a galla e scopri che in quel frangente, in quell’occasione, per quei motivi, tu non sapevi la verità, anche la più stupida e banale verità, è questa la tua seconda versione. E allora decidi. Vai oltre? Si dai, le cazzate le facciamo tutti, suvvia.

E quando un pò scrolli le spalle ecco che arriva il dessert. Perché anche quando vorresti passare sopra certe cose, anche quando vorresti sfidare il destino che ti dice “sta andando male, molto male” e pensare che tu vuoi che vada bene per forza, arriva un’altra batosta, più grossa. Perché la legge della sfiga non si posticipa. Allora incassi, pensi e decidi che non ne vale più la pena. Che non hai nemmeno voglia di cambiare idea. In fondo è un periodo del cazzo, ci sarà anche un motivo per cui è proprio questo il tuo periodo del cazzo. Tutto una merda e solo una cosa positiva. Doveva distruggersi, era ovvio, è questa maledetta legge.

Allora io mi alzo dalla tavola ragazzi, barcollante e un pò a fatica, ma lo faccio. E la cambio. Cambio tavola, mi siedo altrove. Magari una tavola vuota, magari a fare un solitario, ma meglio così. E smettiamola di illuderci che arriverà qualcosa di meglio. E questi cazzo di “periodi di merda” non esistono: è tutto quanto un lunghissimo periodo di merda. Ma preferisco qualcosa di imperfetto agli occhi, che mi dica ogni giorno “che palle, non va bene“, ma che io scelga di viverlo così. Non le cose splendenti e luccicanti che poi alla fine di tutto sono solo una parte di ciò che vedi. Il resto non l’hai mai visto ma esisteva. Niente di grave, ma quel dettaglio nascosto è così diverso da ciò che hai sempre guardato che non puoi e non hai voglia di vederlo. E te ne allontani.

Inglobo ogni cosa negativa accadutami, ci faccio proprio un bel mazzetto e lo lancio via. Nessuno escluso. Vado alla ricerca di me e qualsiasi cosa mi accada da oggi, facciamo finta “che me l’aspettavo“. Facciamo un nuovo viaggio. Lascio agli “altri” la possibilità di fare il loro di viaggio, di fare le “cose” che pensavano e basta, di non dover rendere conto a nessuno, di non dover più nascondere le cose, liberi di fare ciò che è preferibile per loro. Piuttosto di camminare a fianco a me nascondendo sé stessi, prendendomi in giro, facendomi credere cose che poi basta poco per… Insomma, quasi quasi sto facendo loro un piacere: apprezzino.

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