Archivi del mese: gennaio 2015

il pompino che non tramonta mai


Ci sono delle costanti nella vita delle persone, molte di queste tra l’altro ci accomunano in molti. Possono passare gli anni, i decenni, le generazioni, ma ci sono cose che restano. Frasi, oggetti, canzoni, ricordi: tutto un mix che amalgama la collettività, da paese a paese. L’italia ha delle continuità, l’elenco è lungo ma chiunque di noi si riconosce in ognuna di queste cose.

C’è la politica, che cambia il vertice ma resta uguale. C’è la musica, che cambia il personaggio ma crea sempre un’onda di seguaci incredibili. C’è la tradizione, che via via è sempre la stessa (natale, pasqua, sticazzi). C’è l’amicizia, che sempre di più resta un valore ricercato ma mai realmente sicuro. C’è il lavoro che stressa tutti quanti e che resta cardine della serenità collettiva. C’è l’amore, che più di sempre è il collante e la distruzione di milioni di individui. E c’è il pompino, che tutti negano di fare ma che resta l’atto sessuale più praticato.

Chi non ricorda la girella? Quella merendina della Motta che è assolutamente irresistibile ma ultradatata? L’ho mangiata io negli anni ’80 e la mangiano ancora, nel 2015. Così come la girella anche aglio, olio e peperoncino e gli spaghetti. E poi “Amici di Maria de Filippi“, cambia il nome ma non cambia la solfa: non era mica “saranno famosi“? Quel telefilm intramontabile che molti di voi manco erano nati. Ci sono le copiature americane in tv, e ‘sti programmi sulla cucina e poi “X factor” e poi “Italia’s got talent“. Lo facevano anni fa e continuano a farlo. E chi non conosce la frase “c’è crisi“? Oppure “sono stressato“. O anche “ho bisogno di ferie“. Anni e anni di continue e ripetute frasi. Le stesse, le nostre. A quale donna non capita di fingere un orgasmo? Lo era negli anni ’60, lo è oggi, una costante.

E poi c’è “yesterday” o “imagine” che chiunque sa canticchiare, e poi c’è Lucio Dalla, Pino Daniele e Mango, che nessuno se li cacava in questo decennio ma appena son morti, via a parlare di loro. Molti nemmeno conoscono un loro brano ma è la costante: il lutto per il personaggio famoso. Non importa se era in voga nel 1950 e io ho 21 anni, bisogna commemorarlo. E prego per Amy Winehouse e poi per Mango, e non sono proprio la stessa cosa. E ci dispiace per Robin Williams e per Virna Lisi, nello stesso, identico modo. Così ci appassioniamo della cronaca nera, e sappiamo tutto, ma proprio tutto su Elena Ceste o Sarah Scazzi. Cambiano le epoche ma tutto resta uguale, tranne una cosa: che a parlare di cronaca ora c’è la D’urso (ed è tutto un dire).

La nutella piace sempre, prima si spalmava solo sul pane, poi è stato il boom dei biscotti (mai provato su gli oro saiwa?), poi l’hanno inzuppata nella crepes e poi sulle fragole o le banane e poi sul pene. Si proprio sul pene. Non fare quella faccia, lo sappiamo tutti che l’hai fatto, zozzona! E “miss italia“? Sono passati milioni di anni ma è ancora lì, lei, la nostra bellezza nostrana, che tutte le volte assapora la felicità estrema di vincere e poi scompare nel nulla (o fa le fiction). La dieta “comincio lunedì“, la palestra “ci iscriviamo?“, le mansioni “devo stirare” e la vita sociale “aperitivo stasera?“.

E poi c’è la tristezza. Oggi più che mai ci lega, uno con l’altro. E li vedi mai quelli che dicono “io sono felice“? e che si appoggiano alla fede o ad altre cose, e predicano il buonismo e la bellezza della vita? Li senti mai? E ti innervosisci mai perché ti dici “cazzo, loro vivono meglio di me“? Questa è la costante maggiore: chi predica il bene e millanta una serenità che vince le paure e le angosce e le paranoie e le avversità della vita, sta male. Sta molto più male di me. Perché è trincerata dietro una facciata piena di luci, un palazzo inondato di bagliori. Ma è un palazzo disabitato. Il dolore è la nostra costante (deve assoutamente esistere) e nel mentre il dolore ci accompagna e ci fa riscoprire le rinascite, ci mangiamo kg di nutella.

Un pò come ci pare.

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la dura vita delle zanzare


Le zanzare, diciamocelo, fanno una vita di merda. Passano l’intera estate a cercare sangue come delle bastarde, a rompere il cazzo ma allo stesso tempo a schivare la morte ogni minuto della loro esistenza (con scarsi risultati). Tutti le temono, passano le serate a cospargersi di veleno per tenerle lontane, le insultano e poi le uccidono. Le zanzare sono gli insetti più odiati del mondo eppure ci mettono pochissimo a morire perché qualcuno le schiaccia contro una parete e gode anche molto a vederle schiattare. Così va e così sarà per sempre. Non importa quanto la gente abbia timore di te, se ne ha è perchè ti disprezza o ti vuole lontano, e non è mai un bel sentimento. Perché le zanzare, tutto sommato, fanno le stesse azioni che compiamo noi ogni cazzo di giorno: sopravvivono.

Questo preambolo nemmeno ve lo sto a spiegare, perché capirete da soli (se avete qualche neurone funzionante e un grammo di sensibilità). Alcuni di noi passano la vita a voler proteggere l’altro, perché li fa sentire grandi, potenti, utili, quasi indispensabili ad un certo punto. Fanno di tutto per divertire, affascinare, far credere di essere completo. Ma sono queste persone che poi cadono spesso, inciampano nei loro piedi, come dei rincoglioniti. E allora l’altro li guarda come se fossero pazzi, alieni, stupidi. Li aiutano, lì per lì, ma non li capiranno mai. E come potrebbero? C’è qualcuno di voi, forse, che capisce le cazzo di zanzare? Manco per niente.

Nella mia vita io ho dato protezione, presenza. Alternando il tutto a pazzia, tristezza, rabbia sconsiderata. Perché sono sempre stata convinta di dover dare e se faccio il resoconto del mio passato so di averlo fatto discretamente bene. Mi piace accarezzare il “cucciolo“, pensare che se io non ci fossi, probabilmente, si sentirebbe un pò smarrito. Ma adoro poi vederlo “crescere” e conoscere sé stesso, nella sua interezza e nella sua grandiosità. Non mi sono mai avvicinata a “cuccioli dementi“, questo era il motivo per cui non mi pesava dare di me per vederlo uscire fuori. E allora la rabbia e quel vuoto da dove arrivavano? Dal fatto che di contro io non avevo protezione, né sostegno alcuno. Se non gesti fisici e qualche parola buttata qua e là. Fa sempre bene al cuore tutto questo, del resto è ciò che ci caratterizza. Un abbraccio, un bacio, una carezza, sono gesti universali.

Ma persone come me, che credono di esistere per stare sempre in piedi, non hanno che un unico destino: cadere, cadere, cadere sempre. E più il tempo passa più le cadute sono rovinose e difficili da gestire. La cosa che più piega e che rende faticosa l’uscita dal tunnel, è che se dai dai dai e dai e ti costruisci un muro dove tieni fuori le persone, non puoi aspettarti che quando cadi loro siano capaci di tirarti su. Non ne conoscono i mezzi, i modi. Ma è solo colpa tua. E questo ti rende frustrato, impotente e fottutamente arrabbiato.

Gli invincibili” non pensano quasi mai a sé stessi. Rimandano tutto a domani. Errore madornale. Domani sarà tardi. Domani non riusciranno più a trovare le parole giuste. Dovrebbero smetterla di indossare quel vestito da supereroe e mostrarsi per quello che sono. Per non confondere gli altri, per non creare aspettative. Nelle relazioni amorose, nelle amicizie, sul lavoro. Persone come me sono inizialmente antipatiche, pesanti, a tratti zanzare. Piacciono ma solo nei loro momenti up, per il resto “non si capisce“. Dovrebbero fare una cosa saggia: aspettarsi un pò di sostegno, smettere di cercare qualcuno da accudire e lasciarsi andare. Non esiste tempo, età, spazio, dove non si può essere protetti. E di conseguenza capiti.

La zanzara in inverno se ne va. Ma vi siete mai chiesti dove cazzo va? Una risposta potrebbe essere: a meditare. Su quante morti hanno dovuto assistere, su quante ne hanno scampate, su quanti giorni spesi a cercare di nutrirsi e basta e a chiedersi se la prossima estate sopravviveranno. C’è qualcosa che unisce me e le zanzare, ma lascio libera interpretazione a chi mi legge, non a chi mi conosce, perché chi mi conosce è ancora lì che se lo domanda.

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il manuale lesbico – cap.7: l’approccio


Il metodo d’approccio di una lesbica è molto consueto. Ci sono eccezioni, ma il più delle volte lo sguardo è languido ma sullo stile “maschio che se ti prende ti corca” (niente di più falso, tra l’altro, sbattere contro una parete un paio di volte non è virilità, sono lividi). Quegli occhi carichi di finto ormone, di blanda sensualità forzata, fanno ridere i fagiani. Ecco perché nelle discoteche o nei locali sto a testa bassa: mi verrebbe da ridere e mi andrebbe di traverso la vodka lemon, sia mai. Mi dispiace molto tutto questo, perché le donne se vogliono ci sanno fare. In tutta la mia vita nel mondo lesbico mi è capitato anche altro e quell’altro meritava. Allora perché ostinarsi a fare quella pantomima del cazzo? E perché te la tiri? Ti sei fatta 4 baldracche di Viale Abruzzi mica Belen! (che poi ‘sto paragone è discutibile, lo so, perdonatemi).

Metodo d’approccio tipo:

* discoteca, ore 2.00 a.m.
* lesbica a ore 10
* ti giri ed è fatta
* sguardo fisso, ma così fisso che uno dei due occhi decide di spostarsi e diventa strabica
* te ne vai
* la ribecchi 15 minuti dopo, lei è dall’altra parte della sala, tu ti fermi a ballare e lei parte, camminata stile “ho la vagina ma se avessi il pene camminerei così
* ti si avvicina con il mezzo sorriso, assolutamente tirato da un lato
* ti parla all’orecchio sbiascicando frasi tipo “hey che bella sei? è tanto che vieni qua?
* tu ricordi di averla vista 100 volte e lei ti ha vista altrettante 100 volte ma in quelle occasioni il repertorio era destinato ad altre 100 lesbiche
* tu rispondi “grazie, no vengo ogni tanto
* lei appoggia la manina sul tuo fianchino e ti fa la palpatina un pò strettina come dire “sai vero che ti avrò?
* ovviamente con lei, alle sue spalle sghignazzante e sgomitante con altra gente c’è l’amico gay
* lei si gira e ridacchia verso la comitiva, a mò di “hey hey hey sono fonzie
* ma quando tornerà in posizione tu non ci sarai più (lo spero per te)

Metodo d’approccio raro ma efficace:

* discoteca, ore 2.00 a.m.
* lesbica a ore 10
* sguardo che vaga, chiacchiericcio con gli amici, cocktail tra le mani, succhiatina di cannuccia
* tu passi e i vostri sguardi si incrociano, lei lo sposta quasi subito, un pò intimidito
* prendi da bere e te ne vai, ripassando lo sguardo si incontra di nuovo
* la ribecchi 15 minuti dopo, lei è dall’altra parte della sala ma rimane ferma li, attorniata dai suoi amici ma con lo sguardo rivolto verso la tua direzione
* gli occhi non sono fissi, nè strabici, ti guarda di tanto in tanto, idem tu
* non esiste altra femmina all’infuori di te, in quella sala e tu lo capisci perché quello sguardo, quando si smarrisce, è te che incontra, soltanto te
* tu le piaci e a te comincia a piacere
* ti avvicini al centro pista, idem lei
* le distanze si accorciano e quando sono al limite le vostre schiene si appoggiano
* “scusa, non volevo venirti addosso
* “non preoccuparti
* sorrisi aperti, disarmanti, che parlano
* “vieni spesso qua?” (l’hai vista 100 volte e 100 volte ti ha vista lei ma non avete mai avuto il coraggio di capire se potevate piacervi)
* “no, ogni tanto… tu?” (non risponde, alza le spalle e lascia a te la risposta, in fondo la conoscete entrambe)
* gli occhi negli occhi, sorrisi e timidi contatti fisici

Cosa succede poi non sempre è automatico. Potrebbe scattare un bacio come no. Ma questo è decisamente ciò che dovrebbe accadere e che fa sempre presa su qualcuno. Non mi sono dilungata molto sull’argomento perché è talmente tipico che non esistono grandissime sfumature né numerose varianti. Potrebbe essere quasi un consiglio a chi si ritrova nel primo esempio: non fatelo, potrebbe andarvi bene 6 volte su 7 ma guardate chi sono le 6 che ci sono state e la settima che no! Vi darete una risposta esaustiva. Scusatemi sorelle, forse ultimamente sono accanita ma troverò altri argomenti di cui discorrere, promesso 🙂

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