Archivi del mese: giugno 2014

il manuale lesbico – cap.4: il passato


La maggior parte delle lesbiche sono incapaci di andare avanti. Ci provano ma non sempre ci riescono. Il loro “andare avanti” poi, è discutibile. Quel che accade spesso è che le loro storie d’amore finiscono ma non finiscono. Restano dapprima appese nel limbo del dolore, dell’incredulità, del “ma perchè?” e poi prendono la forma del “restiamo amiche“. Ma amiche lo diventano solo per sopravvivenza: una senza l’altra non sanno stare. Non importa più, a quel punto, che tipo di ruolo ricoprono. Basta che ci siano. Passa il tempo, trovano altre storie, si divertono ma eccole, una volta disperate, tornare una dall’altra. E tutto riprende da dove è stato interrotto. Ma alquanto insano, insensato, illusorio. Non può funzionare.

E finisce una seconda volta, e poi una terza e probabilmente una quarta.

Queste lesbiche poi trovano il modo di sgarbugliarsi dal passato e incontrano una persona nuova, un capito vergine nel loro grande libro dell’amore. Ma somiglia all’ex oppure è l’ex dell’ex. Quindi la morale è che le lesbiche non riescono a guardare avanti, hanno sempre la testa voltata indietro. Il passato è il loro cruccio, è il sudoku da risolvere, il principio da non mollare mai e se questo passato non è di loro gradimento, non è un problema, si impossessano di quello di qualcun’altra. Che in qualche modo ha a che fare col suo, di passato.

E’ un circolo vizioso, un gatto che si morde la coda e bla bla bla. In un certo senso pensavo di essere immune da questo, invece no. Sono ferma a metà strada, qualche passo l’ho fatto, sono andata avanti ma, troppe volte mi guardo indietro. E gli interrogativi sono sempre gli stessi: “se avessi fatto questo” “se avessi detto questo” “se se se se” e poi “ma ma ma ma” . Alla fine mentre ci poniamo queste domande il tempo scorre e noi non abbiamo concluso un cazzo. Il nostro avanti potrebbe essere migliore, chi lo sa? Come si fa a rimanere ancorate alle stesse persone, all’idea di un “noi” così meraviglioso ma ormai finito, corroso, consumato? Stavamo bene e con questo? Oggi cosa ci può dare questo passato?

Non c’è risposta. E’ un meccanismo di difesa, forse. Da un domani senza forma, sfocato, spaventevole. Fa magari schifo il nostro passato ma è sicuro, lo conosciamo, ci fa sentire a casa. Ma per questo cerchio di lesbiche il mondo gira tutto intorno a ciò che apparteneva loro e che, per una certa insensata logica, ancora è loro. E poi ci sono quelle che del passato ne fanno un’insalata. Più pezzi di quest’ultimo hanno da tenere appiccicati al culo, meglio è. Si sa mai. E anche mentre guardano allegramente avanti non pensano nemmeno lontanamente di allontanarsi dal resto, da ciò che sta indietro. A discapito di sè stesse, forse, ma anche di chi vorrebbe continuare ad essere solo quel dannato passato.

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mi piaci ma non ci provo


Non sono in grado di provarci. Io non so proprio provarci. Cioè, se io esco con qualcuna, guardo altrove, mi comporto da amicona, rido e scherzo e ci provo con quelle del tavolo di fianco. Perchè parto da due presupposti non leggeri: 1. io a lei non piaccio 2. non sono pronta. Ma ogni tanto ci rifletto, possibile che non sia capace di fare la piaciona? Di ammiccare, di fare battute allusorie. Possibile che per me è assodato che non le piaccio? Io sono quella che se lei mi racconta delle sue storie amorose le do consigli, mi dispiaccio se sta male, la consolo. Io proprio non sono un’amante. Io nasco amica. Non ho la capacità di guardarmi dentro e dirmi “hey cretina ma ti piace, provaci un pò“, no. Perchè io non sono pronta, perchè io non posso dare nulla, perchè io mi ritengo un cesso. Mille perchè e nulla di fatto.

Una delle mie colpe è uscire con persone così belle che mai penserei di essere all’altezza. Ma non belle solo esteticamente, belle sorprese, persone amabili. E allora prevale in me il senso di amicizia, quel sentimento puro e sincero che mi spinge a conoscerle. Non le vedo più come prede, forse non le vedo mai come tali. Ma dentro di me serpeggia l’ormone, in fondo è normale tra donne provare sensazioni ambivalenti. A volte mi fermo a pensare a me stessa e mi chiedo cos’ho di sbagliato. A volte riesco anche a darmi una risposta sensata: non credo in me stessa. Ho grandi potenziali ma non sotto quel punto di vista. Io non so fare l’amante o la fidanzata. Sono stata troppo tempo legata a qualcuno per capire come funziona il mondo. Come gira.

Quali sono le parole da dire, i gesti da compiere? Qual’è la strategia migliore? Come ci si prova con una donna? Non lo so o forse non voglio saperlo. Forse non mi interessa provarci, semplicemente. Finora non ho avuto grandi exploit, né sono riuscita a comprendere l’animo umano. Mi faccio le domande e mi do le risposte. Ma è capitato che qualcuno mi piacesse. In fondo, dentro di me, lo sentivo. Ma lo reprimevo, lo reprimo sempre, tuttora. Forse non è il mio tempo e non so per quanto non lo sarà. M’incanto a pensare a me vicino a qualcuno, mi stuzzica l’idea di provare emozioni. Ma ne sono terrorizzata.

Mi piaci ma non ci provo. Questa è la verità, il più delle volte. E se esco con te e ci provo con tutti tranne te, sei tu che mi piaci. Ma non te lo dirò mai, né lo dirò a me stessa. Me ne accorgo sempre dopo, in un fugace attimo, un lampo, un secondo e mezzo. Poi svanisce e se ti va siamo amiche. E anche questo mi fa stare bene. Forse di più. Non ho l’obbligo di dovermi raccontare, non più. Non ho l’obbligo di dover pensare a qualcuno, nè di domandarmi dove sbaglio o cosa dovrei fare, dire. Sono libera, forse malinconica ogni volta, ma libera.

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da grande voglio fare la modella alternativa


Le modelle si stanno moltiplicando, sono in ogni dove. Un tempo erano i fotografi a spuntare come funghi, ora le modelle. Ma fin qua potrebbe anche essere normale: più fotografi, più soggetti da fotografare. Se non fosse che, per quel che vedo, sono tutte uguali. O meglio, mi correggo: tentano di essere tutte uguali. Da una parte è naturale che si osservi la “richiesta” per capire come posare, come presentarsi, come “vendersi“. Perchè per ovvie ragioni quando lo si fa a tempo pieno (o quasi) deve essere un mestiere (e il mestiere bisogna farlo bene) e quindi farsi pagare. Non fa una piega. Vedo tantissime fotografie, molto belle alcune, oscenità altre. A volte è colpa del fotografo a volte della modella. Che scimmiotta altre “colleghe” ma non ha le caratteristiche per farlo.

Voglio spiegarmi senza che la mia opinione personale venga scambiata per una polemica. Non mi interessa farne un comizio. Osservando ogni giorno foto che appaiono sui miei social, vedo queste ragazze posare per i più disparati fotografi (tantissime foto, davvero tantissimi shooting) e vedo, ultimamente, le stesse cazzo di cose. Nude, tatuate, a terra, in piedi, sensuali, aggressive, sui tavoli, per strada, goduriose. Voi direte: beh non proprio tutte le stesse cose, va quante ne fanno! Eh no, gira e rigira sono tentativi, più o meno riusciti, di fare le stesse cose che modelle più gettonate fanno da molto prima di loro.

model: Ria E. Mac Carthy / ph © Andrea Compagnoni

E’ la scia che si cavalca. Non vedo originalità, non vedo un diverso prototipo di immagine di sé da offrire. Non vedo altro che donne molto avvenenti o di forte impatto visivo ma niente di davvero nuovo. A volte penso alle mie foto (benchè ormai siano diventate rare) e mi ritengo piatta. Non riesco a trovare una nuova ispirazione. Mi piacciono queste modelle, moltissimo. Ma non tutte. Soltanto un paio. Solo loro che hanno generato questo “polverone“, loro che hanno saputo dare una svolta all’immagine della donna alternativa. E questa svolta è il “clamore” che ne consegue, quello che vortica intorno a loro. Non basta una foto, non bastano 15 tatuaggi, non bastano le tette al vento. Ci vuole carisma, ci vuole capacità di “vendersi” e di appassionare la massa. E’ questo il concetto che sfugge, forse.

Ci sono fotografi che si “accontentano“, perchè anche loro vogliono fare le cose che vedono essere vincenti negli ultimi tempi. Ingaggiano questi “cloni” e ci provano. Alcuni ci riescono (perchè bravi), altri direi di no, sempre secondo il mio modestissimo parere, tengo a precisare. La sfida, oggi, credo dovrebbe essere l’idea di creare qualcosa di diverso. Anche io ci sto provando. E’ tentare di trovare altro. Se non puoi avere il “meglio” inutile perseverare, si cercano altre strade. Le modelle alternative in voga, come Ria E. Mac Carthy o Miele Rancido, sono due, non 2.000. E’ questo che non si vuole capire o vedere, secondo me. Ce ne sono altre, ovvio, con le quali non ho avuto a che fare, ma che osservo e trovo stupefacenti. Ma non per i tatuaggi come tentano le altre, ma per il sex appeal, per la professionalità e la passione che sprigionano in ogni scatto.

model: Miele Rancido / ph © Sara Santirocco

Il bravo fotografo fa il resto, io avrei potuto fare di meglio, lo so. Ma loro sono impeccabili, su di loro non si può dire che non siano bravissime. Le altre? Quelle che leggono la targa? Beh, quelle hanno dei potenziali ma non li sfruttano. Continuano a sembrarmi la pantomima delle “grandi“. Non mancano le carte, sono belle, interessanti, sanno magari posare (deduco, non ho lavorato con loro) ma ogni volta che le vedo non mi emozionano, riescono solo a sembrare molto tatuate o molto nude. Non vorrei che questo mio post sia considerato un’offesa verso chi crede in quello che fa, ma semplicemente quello che è, ovvero il mio personale parere su moltissime modelle alternative che sto vedendo impazzare in rete. Semplicemente questo. Niente di più. Pace.

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