la grandezza della parola “amico”


Gli amici. Che mondo infinito, quello degli amici. E che parolone, se lo pronuncio. Mi sembra di riempirmi la bocca, di scoppiare, di avere il palato in tensione, ogni volta che dico la parola “amico”. Perchè? Nel corso della mia vita di amici ne ho avuti abbastanza, ma mai nessuno che oggi possa dire “amico“. Ho perso di vista tutti, non ne è rimasto nemmeno uno. Alcuni per scelta, altri per mia decisione, altri ancora per causa forza maggiore. Ma il risultato finale è lo stesso, rapporti stabili? Nemmeno uno. Ogni volta incontravo una persona diversa, affine, che mi dava fiducia, ed ogni volta entravo in quel fantastico mondo dove l’amicizia c’è e su quella puoi basare le tue speranze. Quella di avere sempre una spalla su cui piangere, quella di sapere che al mondo una persona ti capisce e ti perdona, quella di credere che esista il famoso e fottutissimo punto di riferimento.

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Ma ogni volta la medesima conclusione. Spesso ci si convince che la persona in questione sia simile a noi. A volte perchè beve il nostro stesso drink agli aperitivi o perchè si scatena come non mai quando parte un certo tipo di musica, che fa scatenare anche noi. Oppure semplicemente perchè non dovete mai parlare, vi capite con lo sguardo. Ma questi non sono punti sicuri sui quali costruire un rapporto. Non c’entra nulla. Dalla mia esperienza ho capito che la chiave di una buona amicizia (si spera anche duratura) è l’accettazione. Accettare che l’altro sia diverso da te, che parli un’altra lingua, che non veda la vita come la vedi tu. E per questo “adeguarsi”, andare incontro, trovare compromessi. Io non credo di essermi mai davvero sforzata, in questo. Ho sempre “reciso i rami” quando qualcuno si comportava in un modo che non era il mio. Oggi sono cambiata.

Cerco sempre di alzare spalle se le persone che ho al mio fianco non la pensano come me, cerco di dirmi “questo non ci deve dividere, casomai avvicinare“. Ma oggi che sono cambiata io, vedo uguali tutti gli altri. Nessuno che fa davvero lo sforzo di venirti incontro, di apprezzare la tua visione della vita, di comprendere sul serio quali sono i tuoi sogni, i tuoi desideri, le tue esigenze per essere sereno. Quando questo non è avvertibile io mi sento delusa. Ma questa volta non da me. Questa volta io ce l’ho messa tutta. Gli amici sono quelle persone che se tu chiami ci sono, io ad oggi ci sono sempre. Gli amici sono quelli che se hai bisogno di sfondarti di ginlemon, anche se sono astemi ti accompagnano, io ad oggi se vuoi mangiare eritreo e ho la sindrome da intestino irritabile, ti ci porto. Insomma, l’impegno c’è e io lo sento, avverto che ho energie da dare agli altri. Ce la metto tutta per andare oltre, e “andare oltre” è sempre stato il mio fottuto tallone d’achille.

Gli amici non possono essere quelli da serata. Quelli che se ci sei si fanno una risata in più ma basta così. Niente altro. Non posso pensare di essere “importante” per chi mi cerca una volta ogni tanto per farsi una bevuta in mezzo ad altri 100 individui. Ci può stare la comitiva, ma individualmente devi apprezzare la persona come singolo, altrimenti non usiamo termini a caso, “amico” non lo sei. Tu sei un cazzo di numero. Nel resoconto attuale della mia vita posso dire di avere incontrato persone valide. Una su queste è una ragazza che non ha mai mollato il colpo con me, ha sempre messo a nudo le sue verità, i suoi punti deboli e ha apprezzato i miei, confrontandosi. Ci sono stati alti e bassi, assestamenti e terremoti, ma lei c’è ancora. Per questa persona credo io possa ancora sperare che esista un rapporto che vada oltre ciò che siamo, e che non faccia fatica a coesistere col ciò che vogliamo“.

Ho una personale visione dell’ amicizia. Oggi posso affermare che amicizia (e altri tipi di rapporto) è diversità ma comprensione. L’amicizia non deve avere regole, come in amore. Io le ho sempre messe, come una spietata “nazista“, ma ad oggi le uniche “regole” da seguire sono quelle messe in atto per capire che quella persona fa per noi, ci vuole bene e per noi vuole solo felicità. Anche se la nostra felicità non contempla per forza la sua.

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