Archivi del mese: gennaio 2014

l’importanza di chiamarsi “ex”


L’ex è un ex. Dovrebbe restare al proprio posto. Invece gli ex, a volte, sono un virus, che ti si insinua nel sangue e spesso crea i più grandi problemi esistenziali di una persona. In qualsiasi rapporto, la figura dell’ex è costantemente sintomo di guai. Perchè? E’ una parola che si usa sovente, si paragona, si ricorda, si nomina. Quante volte capita di essere in un posto e dire “qui ci sono stata col mio ex!“. Niente di più sbagliato, ma succede. E’ spontaneo, è quasi un rito. Altrettanto accade di vedere l’ex come un fantasma costante, che volteggia sopra la propria testa, quando la tua vita sta andando da un’altra parte. L’ex dovrebbe essere un ex e per questo essere lasciato indietro, nel passato.

Il passato non è meno importante del presente, è quella fetta di te stesso che continuerà ad esistere nei ricordi e che ti ha resa quella che sei. Tutti gli ex di questo mondo hanno contribuito a creare in te quelle sfumature che prima non esistevano. Belle o brutte che siano. Ogni ex è stato un pezzo di vita. Ma un ex è sempre un ex. Se la vita ruotasse intorno a loro non si chiamerebbe vita, si chiamarebbe “paralisi“. Quindi, superato il trauma di chiamare il tuo fidanzato “ex“, si volta pagina. Non per forza dimenticando. Ma pur sempre rispettando il tuo presente, che nel momento in cui esiste un “ex“, diventa l’unica cosa di cui prenderti cura. Soprattutto se è proprio l’ex ad aver preso la decisione di diventare tale.

L’ex è la costante di tutte le coppie, non ne esiste una che non abbia a che fare con gli ex. I “nuovi arrivi” sono bersagliati da questo nome, e benché non lo conoscano, inizieranno ad odiarlo. E’ automatico. E’ nel dna: odiare l’ex. Benchè non lo si voglia, l’ex diventa il paragone continuo: il mio ex faceva così, il mio ex faceva colà, il mio ex aveva questo, il mio ex non aveva quello, il mio ex diceva così e bla bla bla. Ma vaffanculo il tuo ex! Molte coppie si sfasciano per l’ex. Perchè a volte gli ex ritornano e rovinano tutto. Non si può tornare con l’ex, chi lo fa è perchè non è sicuro, perchè non ha il cuore libero, non ha intenzione di andare avanti ma preferisce restare fermo. Non si può continuare a pensare all’ex, non ci sarebbe spazio per niente altro. E non è la mossa giusta.

E poi ci sono ex ed ex. Ci sono quelli che non si possono odiare o dimenticare. Sono un bagaglio importante, fondamentale, fanno parte di te. Sono inseriti in un contesto che dura nel tempo e che non si cancella. Nemmeno lo si deve volere. Ma, e questo “ma” è fondamentale, nel momento in cui diventa un ex smette di sapere tutto di te, non conosce il percorso che hai fatto per tornare a galla, non sa quante volte hai pianto o riso, non sa quante domande ti sei fatta, quante cose hai pensato, non sa che di tutto ciò che di orrendo credevi ti succedesse tu ne eri convinta. Proprio per questo l’ex dovrebbe fare una piccola autoanalisi e chiedersi: perchè sono un ex? Davvero ho diritto di sentenziare su ciò che oggi è la mia ex? Ma sopra ogni cosa, se metto da parte un attimo il mio orgoglio di ex, non sono sollevato se ora lei sta bene?

Non esiste nemmeno un tempo stabilito per innamorarsi di nuovo. Nè esistono amori uguali ad altri. Quando l’ex è appena diventato ex tutto appare nero, senza via d’uscita. Contano il fattore età, esperienza, tipologia di rapporto, crescita, abitudini. Tutti motivi per cui si pensa di essere “finiti” con quell’ex. Come si può ricominciare? Come si fa a trovare una persona come lo è stato il tuo ex? Quante volte lo hai pensato? E ci credevi, eccome se ci credevi. Ma il destino ha sempre in serbo qualcosa e quel qualcosa ti fa rendere conto, lucidamente, che l’ex è stato meglio diventasse ex. Ragioni e capisci che era la cosa più giusta, altrimenti non si spiega come mai il tuo cuore batte per un altro. Ed ecco che la famosa pagina si volta, non avvelenando però ciò ciò che è stato.

Ci sta, però. L’ex ha tutto il diritto di provare risentimento o di giudicare la persona con cui è stato, anche con commenti di bassa lega. E’ tutto perfettamente normale. E’ un comportamento di default, quando si diventa ex. Un pò una guerra fredda, si dice. Importante è per te non farti male, non credere nemmeno per un attimo che quei pensieri appartengano a ciò che è stato prima il tuo ex, continuare a sapere che sei stata sincera, contro quello che si pensa di te. Ma sei un’altra persona, porti con te la valigia di ciò che è il tuo passato e non la abbandonerai mai all’angolo della strada, ma ne hai una nuova da riempire e solo quella, adesso, merita la tua attenzione. Tu sai, il resto non conta.

Se non si andasse avanti, dopo un ex, ci si potrebbe considerare morti. Ogni ex ha il suo tempo ma soprattutto ha il suo spazio. E il suo spazio non deve invadere né influenzare negativamente il tuo. In conclusione credo, suppongo, ipotizzo, che sarebbe opportuno disinteressarsi alla nuova vita della propria ex se non se ne conosce il percorso. Proprio per non inciampare in un cliché che è quello del subdolo e bestiale risentimento che porta a dire enormi, emerite, infinite, cazzate.

Io ce l’ho fatta, e voi?

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la valvola di sfogo ha una dignità


Esiste una figura, che va in voga anche sui social network, che è “la valvola di sfogo“. Ovvero quella persona che è sempre pronta e disponibile quando avete i vostri cazzo di problemi da esporre. Io ne sono un esempio lampante. Prima di fidanzarmi, la persona con cui sono stata tre anni, la conobbi in questo modo. Mi contattava solo ed esclusivamente quando aveva cazzi e mazzi con la donna di turno. Quindi direi che sono molto affinata come “valvola“. Nel corso degli anni, infatti, la tecnica non è mai svanita. Tu mi contatti, chiedi esitante “come va?” e poi parti a razzo al mio “e tu?“.

eh… una merda guarda, lei mi ha lasciato sai? così, dopo 5 mesi d’amore, mi ha detto basta, dall’oggi al domani, ma ti pare?

Da qui si snoda tutto un discorso che racconta in sintesi l’iter della coppia, dal primo bacio alle corna e all’abbandono. E io lì a dispensare consigli, carezze emotive, pareri. Perchè io lo so fare, a me non pesa dare una mano, nel mio piccolo. La “valvola di sfogo” ci nasce “valvola di sfogo“, non è uno sforzo. Tutto ciò che fa è completamente disinteressato, e un pò il gossip non le fa schifo. Quindi ecco che la gente si prende la briga di cagarla solo in queste occasioni.

Poi, ovviamente, o chiariscono con il partner e “ciao valvola“, oppure ne trovano un altro, e sempre “ciao valvola“. La figura su internet è ancor più gettonata, per il semplice motivo che, come uno psicologo, non c’è l’esigenza di conoscere bene il soggetto, anzi! Più una persona è sconosciuta più facile ti viene raccontare i cazzi tuoi, anche quelli più umilianti. Se poi la persona è sempre la stessa ancor meglio, non c’è la necessità di dover ripetere tutto da capo. Un pò come le fiction a puntate, per capirci. La “valvola di sfogo” sa tutto, non serve nemmeno il riassunto della puntata precedente.

Fin qui, direi, tutto ok. Se non fosse che di tanto in tanto la “valvola di sfogo” si rompe un pò i coglioni. In primis perchè, nella maggior parte dei casi, le storie che si sente propinare, risultano essere ripetitive, poco interessanti e soprattutto effimere. I problemi del cazzo che le vengono esposti, nel giro di poco si dissolvono e la coppia riparte come se nulla fosse. Quindi perchè si chiede un consiglio se poi quel consiglio non lo si segue manco a morire? Si crede, forse, che la “valvola di sfogo” sia un essere non pensante? Che non possa guardarvi e pensare “che teste di cazzo“? Si che lo fa. Ma a voi non interessa, basta poter buttare fuori il risentimento, il veleno, l’odio e l’amarezza, contro un muro. Fine della storia. La persona che è stata lì a “preoccuparsi” di trovare le parole giuste, non esiste, è un ologramma.

Parlando per me, dato che mi capita spesso (sono una delle migliori “valvole di sfogo” in circolazione, lo ammetto), non sono ferita dal fatto che mi contattate per espormi i vostri problemi, a me non pesa per niente, né mi sento compartecipe del vostro dolore tanto da sentirmi offesa se poi sparite (e vi rimettete con l’ex per il quale mi avete grattuggiato i maroni una serata). Ma se lo fate in un momento in cui io stessa sto soffrendo una pena (reale e non a rate) perchè pensate che forse sono ancora più sensibile alle vostre problematiche, vi dico che errate. Io vi ascolto ed elargisco parole di conforto o di complice solidarietà, se posso, ma sappiate che se poi ripetete gli errori per cui vi siete dannati (e mi avete dannato) una prossima volta non ci sarà. La sensibilità dev’essere reciproca, io non ho mai “usato” nessuno per cercare di non sprofondare nel mio pantano, sia chiaro.

Resto disponibile per quelle persone che si, hanno sentito la voglia di sfogarsi con me, ma che hanno “ascoltato” anche i miei problemi e mi hanno saputo dire qualcosa di opportuno. Che anche se non le ho più sentite so di aver ricevuto e dato, in egual misura. Tutte quelle che invece persistono a contattarmi nelle loro pause e sono recidive nei loro errori, comunico che non ho interesse ad “ascoltare” ancora le loro elucubrazioni, perchè io sono una “valvola di sfogo” che non ha il benché minimo  beneficio in questo. E’ tutto un dare e ricevere, nella vita, anche in queste piccole cose. E qui parlo anche a nome di tutte le altre “valvole di sfogo” sintonizzate. So perfettamente che questa dote è innata e come ho già scritto non reca nessun danno, ma ci sono sfoghi e sfoghi.

Cercate la “valvola di sfogo” adatta a voi, ovvero la sottospecie che è la “valvola di sfogo gonfiabile“.

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la psicologia del commesso


Voglio toccare un argomento, a mio avviso, “delicato“, sul meraviglioso mondo dello shopping. In particolar modo di quello low cost, il più battuto, alla portata di tutti. Catene, quindi. Franchising o anche nicchia, ma sempre frequentato da giovani, per lo più. In tutti gli anni della mia carriera da shopping addicted mi sono ritrovata ad acquistare (o anche solo a sbirciare) in tantissimi negozi, ma poi si sa, finisci per diventare cliente di quei 4/5. Beh in tutti questi anni le abitudini di chi lavora in questi negozi non cambiano mai. Abbiamo chi non ti caga, chi ti guarda male, chi ti sfancula, chi vorrebbe ucciderti, chi, in cassa, parla anche con il pos pur di ignorarti palesemente. Perchè? Te lo meriti, brutta merda!

Partendo dal presupposto che in parte comprendo le motivazioni che spingono i commessi a comportarsi con tale astio e rifiuto e se ci penso beh, non do torto. Molte persone si accaniscono, escono dal negozio dicendo “che maleducati, se non ci fossimo noi a dargli lo stipendio“. Magari è vero, sono state gentili, hanno posto domande sensate (hai questa taglia per caso? E’ terminato questo articolo? Posso sapere dov’è l’uscita?), non hanno sparpagliato vestiti come se fossero ad un buffet, ma il “risentimento” è talmente radicato e generale che è esteso a tutti, anche al cliente più bravo del mondo. Si, esistono clienti bravi e clienti non bravi, ma evito di addentrarmi troppo nel dettaglio, non voglio creare una guerra tra commessi e clienti.

Penso che la maleducazione sia un sintomo generale, insito nell’individuo, al di là del lavoro che svolge. Spesso vedo commessi molto giovani e non credo che abbiamo anni di esperienza alle spalle per essere già così incazzati. Penso “magari devono fare sto lavoro per forza per mantenersi, che so? e allora sono frustrati“, ma questo non lo trovo motivo di comportamento al limite dell’odio umano. Ma mettendomi dalla parte del commesso, a fine giornata, spesso, c’è da chiedersi “com’è possibile tanta pazzia?“. In cosa, vi domanderete. Beh, entrate in un negozio alle 20.00, guardatevi intorno (soprattutto a terra) e vi darete risposta. Fatelo soprattutto sotto saldo, e la risposta sarà totalmente esaustiva. Siete voi. Siete stati proprio voi.

Io, nonostante comprenda la fatica di questo mestiere e, soprattutto, la pressione psicologica che ne consegue, credo che esista il controllo. Quella capacità che va sviluppata per lavorare meglio. Non credo che il commesso viva quelle ore di turno in serenità e di conseguenza credo che sia sfinito, alla fine. Stanco, saturo, del proprio nervosismo. Ma il mio pensiero non vale nulla, sarà sempre così. E benchè capisca e sorvoli su questi atteggiamenti (chi se ne frega? Tanto io entro, provo, compro ed esco) c’è solo una cosa che mi lascia sempre, perennemente, perplessa.

IN CASSA:

Il commesso chiacchiera con il collega, la testa è sempre a 90 gradi, non ho mai visto un commesso in frontale, sempre di profilo. Il commesso non sorride, non ti parla, non ti guarda. Il commesso batte lo scontrino e ti consegna la spesa con uno “grazie, ciao” strascicato, amareggiato e al limite della disperazione. Il commesso nel frattempo ha parlato di diverse cose, con il collega. La busta paga, l’altro collega malato, le ingiustizie sui propri turni lavorativi, il sabato sera appena passato tra sbornie e divertimento, i kg che ha perso, quante poche ore ha dormito, che ha trovato una nuova ragazza da sbattersi. Il commesso è una macchina. Lui deve solo batterti quel cazzo di scontrino.

Ecco, questo atteggiamento mi fa stranire, mi inquieta. Trovo che sia l’unica cosa che non tollero e non tollererò mai. Ma ci sono aziende, deduco, che non si pongono la briga di formare il personale affinchè questo non accada, quindi: perchè il commesso deve essere cordiale col cliente se non gli va? perchè deve calcolarlo o farlo sentire un fottuto essere umano? La colpa non arriva da lui. Deduzione da cliente, poi la verità chissà dove sta. Ma accade in tantissimi posti.

Per il resto posso dire che casi eccezionali ci sono e che ho trovato anche cortesia e dedizione, ma ahimè, in numero minore. Credo che, come ho scritto sopra, dipenda anche dalla preparazione e predisposizione richiesta dall’azienda. Altrimenti, se così non fosse, sarebbe opportuno rivedere alcuni modus operandi.

A tutti i commessi che si possono sentire toccati o presi in causa rassicuro che so la fatica che comporta questo lavoro e so, ripetendomi, che alcuni atteggiamenti sono conseguenti ad atti di puro “vandalismo” da parte della gente. Il non rispetto, la maleducazione e l’arroganza sta anche dall’altra parte. Ma volevo solo porre in evidenza che comportandovi così non vi aiutate, rendete il tutto ancora più pesante. Un consiglio, così, tanto per 🙂

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