il tappabuchi: storie strappalacrime adolescenziali


Quando andavo alle scuole medie, ricordo, ero una ragazzina scialba, di quelle che non si notano se non perchè portano l’apparecchio ai denti, di quello del tipo con i ferretti. Ai tempi non era ancora in voga (oggi sembra lo portino pure le ultratrentenni e sia stata creata la stelletta trasparente) e chi lo portava era un pò sfigato, tipo me. A scuola ho subito diversi tipi di angherie, prima su tutte la presa costante per il culo per i denti, poi per lo squallido modo di vestire (mia madre mi metteva certe camicie a fiori da hippy che non posso dimenticare) e per la mia, per fortuna passata, tendenza allo zerbinismo. Questo mio modo di essere, dovuto all’insicurezza di fondo (portare quel coso in bocca non ha aiutato la mia autostima), è stato bersaglio di alcune mie compagne di classe, le cosidette “fighe della scuola“, bocciate e quindi un anno più grandi di me.

Vivendo nello stesso quartiere capitava che ci si vedesse per fumare una sigaretta di nascosto o si andasse in biblioteca (esisteva quella comunale di rione dove trovavi un mucchio di fauna maschile del tipo adolescente zeppo d’ormone) a fingere di leggere qualcosa. In quelle occasioni, guardandomi da fuori, io ero l’aggregata, quella che si univa al gruppo ma che non c’azzeccava nulla. Mi domandavo perchè queste ragazze mi invitassero ad uscire con loro se poi passavano il tempo a parlare dei cazzi propri ignorandomi, interpellandomi solo per conferme sulle loro conquiste: mi sta guardando? Sta venendo qua? Oddio, ho il rossetto sbavato?

So che può sembrare un racconto da film ma è tutto vero.

La risposta alla mia domanda l’ottenni col tempo, quando lo accettai benché l’avessi lì, davanti agli occhi. Questo trio a volte usciva senza di me, al centro c’era una di loro, il cardine della gelosia delle altre due, che se la contendevano. Io venivo chiamata in causa soltanto nelle uscite meno importanti, dove era semplice non calcolarmi. In fondo, un pò, lo facevano per me (altruismo allo stato puro), cercando di farmi uscire di casa per poi parcheggiarmi li. Nelle occasioni più “intime” le tre non si facevano sentire e io scoprivo delle uscite alternative quando mi si telefonava e si esordiva così:

ciaoooo, senti vieni a studiare da me oggi? doveva venire pinca palla ma abbiamo litigato“.

La cosa divertente, col senno di poi ovviamente, era l’ingenuità col quale si era tragicamente sincere nel dirti: sei un cazzo di tappabuchi.

Sono diventata adulta e anche le tre ragazze con cui ho diviso parte della mia pubertà, ma il tappabuchi è un ruolo immortale, senz’età e chi ne ha bisogno anche, uno esiste per l’altro. Sono figure che non passano mai e che sembrano essere le impronte psicologiche del soggetto in questione. Manco per il cazzo, aggiungerei. Spesso chi si trova a fare da tappabuchi non è necessariamente uno sfigato (come lo sono stata io da ragazzina, sapevo cosa rappresentavo ma pensavo di conquistarle e di diventare io quella importante, poveraccia eh?) così come chi ha bisogno del tappabuchi non è necessariamente stronzo. Ci sono milioni di sfaccettature dei soggetti ma parliamo di quelli più standard.

Il tappabuchi è generalmente un individuo socialmente ingenuo. Non carpisce il desiderio degli altri di stare con lui perchè nemmeno sa cosa vuole, cosa gli piace, cosa preferisce tra questo e quello. Ecco perchè se a chiamarlo è uno studente di teologia o una prostituta colombiana, cambia poco, vuole lui, il resto sono dettagli. Cosa ha da condividere il tappabuchi con gli altri? La sua presenza, null’altro. Spesso non ha una spiccata personalità (io per esempio da ragazzina avevo la personalità in letargo) ma si adatta molto bene a quella degli altri, cercando di essere ciò che l’altro vuole. Non si sforza, gli viene naturale. Ecco perchè io fumavo a 13 anni benchè mi facesse schifo, ecco perchè mi mettevo lo smalto pur non avendo unghie (le mangiavo fino alla morte), ecco perchè io facevo le meches a 14 anni (andava di moda la bionda). Volevo essere come volevano, ma ovviamente non era possibile perchè nemmeno io sapevo chi ero.

Essere tappabuchi non è semplice, devi possedere una pazienza e una versatilità infinite. Il tappabuchi sa di esserlo, benchè finga di non accorgersene, ma a lui sta bene. A me stava bene (per fortuna mi sono rinsavita riconoscendo in me qualità che… sticazzi amici miei, baciatemela ben bene) ma capitava, a volte, di reprimere un piccolo bruciore proprio lì, all’altezza del cuore. Essere considerati quando non ci sono altre alternative, convenite con me, non è mica piacevole. Eppure il tappabuchi si sente importante e spera, sempre, fortemente, di far sì che le persone capiscano quanto vale e che non sia più un tappabuchi, nel futuro. Quando però la speranza non è più sufficiente e ci si accorge che non accadrà mai allora si esplode, come capitò a me. All’ennesima presa in giro davanti a tutti piansi, di un pianto violento (a singhiozzi per capirci, dai ora commuovetevi per me, su!). Le tre ragazze si immobilizzarono spaventate, mai avevano compreso (forse) il male che stavano compiendo. Da quel giorno tutto è cambiato, dopo aver ricevuto un milligrammo di consolazione trattandomi come un essere umano pensante, le persi di vista. Mi era passata la voglia di essere un tappabuchi e da allora smisi di esserlo per chiunque. Ecco perchè sto per lo più per i cazzi miei.

Ma esistono tappabuchi che non smetteranno mai di esserlo, perchè potersi muovere nella vita di qualcuno, benché temporaneamente, serve a rendere la propria esistenza meno monotona e priva di senso. Si può forse biasimarli? Si spera sempre che sia un momento e che la personalità non sia semplicemente un terreno coltivato accanto a quello degli altri, simulando o cercando di carpire le peculiarità delle persone che ti circondano. A volte però non avrà mai fine, il tappabuchi resterà un fottuto tappabuchi. Se lo cerchi lui ci sarà, se non lo cerchi lui lo sarà per qualcun’altro. In fondo anche lui è un cazzo di opportunista.

Chi invece utilizza il tappabuchi lo si può considerare triste. Non credo che lo faccia di proposito, anzi ne sono quasi sicura. La cattiveria umana, per fortuna, si concretizza in ben altri atti (anche il bullismo, benchè sia un bruttissimo affare, non è mai mosso da reale violenza ma da mera ignoranza) ma nel suo piccolo è infinitamente superficiale. Quando è attorniato dalla sua cerchia e ha tutto sotto controllo, lavoro, casa, vita sociale, famiglia e bla bla bla, il tappabuchi non serve, ovviamente. Ma ci sono i momenti di stop, dove ci si arresta: intorno a noi va tutto in merda, gli amici sono assenti o presi da altri cazzi, il lavoro stressa e la vita sociale manca, allora ci vuole il diversivo. Ecco che entra in scena il tappabuchi. L’utilizzatore di quest’ultimo però può essere di due tipi: quello che ha il tappabuchi fisso e quello che lo ha variabile (nel senso che chiama tutta la rubrica finchè qualcuno non lo caga e acconsente a sollazzarlo). In entrambi i casi, a mio avviso, è proprio lui il soggetto messo peggio. E non lo dico perchè ho un passato da tappabuchi, sia chiaro, ma perchè se così non fosse non avrei mai perdonato quelle tre tizie delle medie, come di fatti è successo. Benché non le abbia mai più viste né sentite, non le detesto affatto ne l’ho mai detestate allora, mi facevano tenerezza. Considero le persone che utilizzano i tappabuchi soggetti avvolti nell’ansia di vivere, soli con sé stessi non ci sanno stare, probabilmente. Il tappabuchi si, se non lo chiami lui resta li, magari a far niente, ma pur sempre capace di gestire la propria solitudine. Il resto è preoccupante, lo so, ma sicuramente superabile. Per l’utilizzatore non credo vi sia rimedio, ahimè, l’ansia lo perseguiterà per tutta la vita, o quasi.

Oggi posso dire di aver fatto ancora la tappabuchi, a tempo perso, ma la realtà è un pò differente dai tempi della scuola media. Oggi sono consapevole di valere qualcosa di più e di avere molto da condividere, di mio e unicamente mio, perchè il tappabuchi può crescere e scoprire in sé aspetti del tutto nascosti, che sono un bagaglio immenso di possibili scambi interpersonali. Ma soprattutto oggi io li sgamo quelli che mi “usano“, capisco al volo chi mi stima e chi no (a conti fatti non credo ne esistano molti, che mi stimano davvero!) e chi passa il tempo con me per un sollazzo momentaneo (in assenza d’altro e perchè tutto sommato schifo non faccio), una volta appurato questo mi sento libera di scegliere se acconsentire al mio “utilizzo” oppure no. Ho da fare? No. Sto bene con questa persona, nei rari momenti in cui la vedo? Si. Mi sta sul cazzo? Direi di no. Ho voglia di uscire? Si. Dunque, perchè non fare il tappabuchi? Potrebbere essere uno scambio alla pari, e non fa mai male. Fondamentale per me è evitare di dare il meglio di ciò che posseggo a chi non saprebbe apprezzarlo, meglio conservarlo per chi mi cerca perchè sa di poterne attingere e le piace, e queste persone so riconoscerle.

L’importante però, caro tappabuchi, è che tu sia cosciente di questo e che non permetta mai, in nessun caso, di disdire un impegno per riempire il buco dell’altro. Sono un bel pò di cazzi suoi, non credi? Guardati un film in streaming, leggi un libro, chiama il telefono erotico, prenota una seduta di massaggi thailandesi e se una di queste scelte dovesse andarti male, allora accetta. In fondo come si dice? Quid pro quo.

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8 commenti

Archiviato in il popolo e la vita

8 risposte a “il tappabuchi: storie strappalacrime adolescenziali

  1. gran bella teoria, ogni tanto un bel cavatappi in tasca occorre tenerlo 😉

  2. Pingback: il tappabuchi: storie strappalacrime adolescenziali | Eleonora B

  3. L

    Ti leggo spesso anche su Facebook. Complimenti per tutto, il carattere in primis, poi l’intelligenza e la figaggine 🙂

  4. Son stata tappabuchi ma per fortuna ho avuto modo di riscattarmi ben presto…

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