l’assurda filosofia del “ci penso”


Da anni faccio la commessa e da anni succedono molte cose. E’ da sottolineare il fatto che queste “molte cose” sono ahimè sempre le stesse. In altri articoli mi sono espressa in merito, raccontando gli aneddoti in questione e commentandoli da “addetta ai lavori“. Mi sono spesso messa nei panni delle clienti, ci mancherebbe, cercando di capire il loro onesto punto di vista e spesso sono riuscita a comprenderle. Ma c’è un fatto che non riesco proprio a mandare giù, mi resta lì appeso sul groppone. Questa cosa del “ci penso“. E sulla lingua mi resta sempre, tristemente, un “ma che cazzo devi pensare?“.

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Ecco che lei arriva in camerino con 35 pezzi, sorride, li indossa, si osserva, si contempla, si piace e nel piacersi cerca anche la tua approvazione. Tu la guardi, la contempi, ti piace e generi in lei quella sensazione di onnipotenza tipica delle donne che finalmente su 35 pezzi, 35 le stanno divinamente. Tu pensi “che cazzo di fisicata ha questa qua? beata lei” ed esterni ad una sua qualsivoglia titubanza “ma avessi io quel vitino da vespa“. Sei sincera, anche se lei ti scruta dubbiosa, perchè obiettivamente questa qua può mettersi anche una muta da sub e stare divinamente. Sta dentro ore ed ore, riprova più volte gli stessi capi. E poi arriva il verdetto finale. “Figa, su 35 ne prenderà almeno 5?

Bene, ora mi rivesto” ti dice, e il suo sorriso abbaglia il tuo volto. E’ felice. E tu di conseguenza, questa fantastica giornata di lavoro è iniziata bene. Un forte guadagno e una persona soddisfatta. Brava tu! Ma poi lei esce, dopo 15 minuti rintanata dentro il camerino, il suo sorriso è tiepido, in mano non ha nulla, il vuoto. Tu la guardi, lei ti guarda e ti dice “dai va bene, ci penso un pochino, buon lavoro!“. Ecco, questo è il momento in cui tutto si sgretola e pensi che non hai capito un cazzo e vivi in un mondo parallelo. Lei va via e tu a denti stretti prendi il mucchio di roba accatastata nel camerino e pensi “ma che cazzo devi pensare, porca troia?“.

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Poi c’è lei, che arriva con un jeans basico da pochi soldi, quelli anonimi, quelli senza strappi, senza lavaggi, senza un cazzo. Volendo potrebbero non essere nemmeno dei jeans. Li prova, le stanno: taglia, colore, modello, prezzo, tutto perfetto. “Sono proprio quelli che cercavo, li volevo proprio così“. E ci mette 5 minuti a infilarli, pensarlo, dirlo e toglierli. Attendi, esce dal camerino, ti guarda con il jeans in mano, e te lo ripete “erano così che li volevo, tutto il giorno a cercare e alla fine li ho trovati“. Bene, ti senti abbastanza contenta, in fondo sono 19 euro ma è pur sempre un successo. Lei li cercava, lei li ha trovati, proprio da te! “Allora te li porto in cassa” esulti. “No, aspetta, ci penso e poi magari torno“. Il gelo nelle vene. Proprio così, ti senti gelare il sangue. E vorresti chiederle perchè, perche devi pensare se acquistare un jeans che volevi spendendo due spiccioli dopo che l’hai cercato tutto il cazzo di giorno? Ma preferisci crogiolarti nella perplessità.

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E poi c’è quella che vuole la taglia small di quella giacca. La guardi e pensi che non andrà mai bene la small ma ti fai bellamente i cazzi tuoi, e assecondi la sua richiesta. La prendi, la porti, la prova. Il marito la guarda ed è dubbioso “amore ti sta stretta, non vedi?“. Allora lei ti guarda e tu intervieni “le prendo la media“. Vai, sali 150 gradini, torni e le porgi la taglia media. La prova e il marito “mmmh stretta pure questa“. Vai, prendi la large, la porti, la prova. “mi piace da morire, uff, è stretta anche questa“. Non c’è problema, vai, sali, prendi la extra large, la porti, la prova. “Ohhh, amore questa è perfetta“. Sorrisi, baci, limoni. Siamo arrivati al dunque. Ecco, questi momenti sono speciali per noi commessi. La soddisfazione del cliente prima di tutto. Lei si guarda per interminabili 30 minuti. Nel frattempo riesci a servire altre 15 persone, andare la bagno, pisciare, sistemare il negozio, raccontare alla collega della tua giornata, rifarti il trucco, mangiare un pacchetto di ringo.

Lei ti chiama con lo sguardo. Il marito è già all’uscio che si accende una sigaretta. “Grazie tanto, sei stata gentilissima“. Quindi? Che vogliamo fare? “Ma vorrei pensarci, se non ti dispiace, scusa eh?” e vanno via. Bene, riflettiamo. Il pensarci ci sta, non sei convinta, ti stava un pò di merda, non abbiamo la taglia giusta, il colore non era quello che pensavi e ti sbatte da far schifo, costa troppo e ora non hai il budget. Hai mille fottute ragioni per non acquistare un capo, è un tuo diritto provarlo e non volerlo. Ma perchè, perchè se ti sta bene, era quello che cercavi, sei venuta apposta in giro a cercarlo, fai shopping da tutto il giorno, sei uscita appositamente alla ricerca di quel capo, hai provato tutto il negozio, hai speso 8 ore della tua giornata, e tutto questo… per pensare?

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Non ci siamo, non devi pensare. Non hai nulla su cui pensare. E’ un jeans, è un cappotto, è un maglione. Pensare a volte è totalmente inutile, soprattutto in questi casi. Se devi pensare stai a casa a fare un cruciverba. Perchè credetemi, uscite dal negozio voi non ci penserete, non tornerete e la perdita di tempo si è moltiplicata per due. In ogni caso la filosofia del “ci penso” sarà immortale. E’ un modo diverso di dire “mi fa cagare, costa troppo, volevo solo scaldarmi che fuori ci sono gli eschimesi, non avevo un cazzo da fare in questo paio d’ore“. Dai, prima o poi riuscirò a capirvi. Forse.

 

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a Milano se sei bravo nel “salto” non paghi il biglietto


Con questo articolo vorrei fare una pseudo denuncia sociale. O come si chiama. Insomma vorrei discutere di un fenomeno ormai noto ai milanesi, ovvero quello del “salto ai tornelli“. Si parla di metropolitana, si parla di soldi e si parla di “prendiamo tutti tante mazzate“. Che cosa succede, dunque, nelle metropolitane della grande città italiana? Succede che l’Atm, azienda ben conosciuta (unica in Milano per muoversi), ha deciso di tutelare sé stessa apponendo l’obbligo di timbrare anche all’uscita dei mezzi, appunto. Peccato che la cosa non serva ad un cazzo, ponga noi paganti nella condizione di regalare i biglietti agli sconosciuti e ci metta nelle condizioni di rischiare un linciaggio, dato che gli addetti ai lavori si fanno beatamente i cazzi loro senza sorvegliare.

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Spesso, per non dire sempre, quando mi accingo ad uscire dai tornelli o dalle porte scorrevoli (che abominevole stronzata) c’è un simpatico individuo che sembra me lo voglia appoggiare, invece no, deve solo uscire senza biglietto usufruendo del mio passaggio pagato. Se ci sono i tornelli, ci sta che te lo appoggi proprio, se ci sono le porte, i sensori le tengono aperte se rilevano un movimento quindi restano aperte anche per far passare intere famiglie. Il tutto pagato da me. Queste persone ti aspettano, nel caso arrivassero alle uscite prima di te, e pretendono di passare, alcuni te lo domandano, altri ci provano e basta. Ed io non li faccio passare mai!

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Ad Assago, limite urbano, pagavo 5 euro al giorno per andare a lavorare, abbonamenti mensili fino a 55 euro, per una fermata extraurbana. Bene, al momento di uscire questi personaggi se non li facevo passare, facendo presente che spendevo l’ira di dio per usare quel biglietto, si incazzavano, additandomi e mandandomi anche a fanculo. Poi arriva il cinese di turno e loro passano, col cinese. Il tutto con continui gestacci nella mia direzione, perchè ho fatto perdere loro del tempo. I più anarchici non usano i paganti, saltano proprio il tornello con agilità, stanno diventando tutti più spessi da quando c’è questo divieto. Tutti atleti. E nel mentre questo accade, io mi volto a guardare i controllori e li trovo sempre lì, dentro il loro tugurio a guardare il cellulare o peggio ancora, per aria, sforzandosi fortemente di non guardare nella direzione dei tornelli: sia mai che li veda e debba intervenire, con il rischio di prenderle.

Si, perchè oggi se fai il tuo lavoro, le prendi. E noi poveri stronzi che paghiamo i mezzi pubblici non possiamo ribellarci, perchè finora mi è andata bene, negando il passaggio a questi nullafacenti, ma prima o poi qualcuno mi tira una pizza in faccia che me la ricordo per il resto della mia vita, se non la perdo proprio la vita (vedi fatti accaduti in metropolitana per aver chiesto di non fumare nei vagoni). Questo perchè non c’è sorveglianza, sono io a dover tutelare me stessa e gli interessi dell’Atm, stando attenta a chi mi si piazza dietro il culo. E’ uno schifo assurdo. E’ una presa per il culo, perchè quando dimentico io di timbrare o prendo il biglietto sbagliato, mi dano 36 euro di multa, se pago subito ovviamente (hanno anche il pos wireless se usi il bancomat). E non serve nemmeno che io mostri un’enciclopedia di ricevute di pagamento mensile o dire che “si, mi sono sbagliata, non ho pensato che per una fermata diventa extraurbana” (una cazzo di fermata di merda), perchè a me, persona onesta, la multa me la fanno e anche con una certa arroganza.

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Qui è un pò come Trenitalia prima dell’avvento di Italo. Un “grazie per la preferenza accordata” quando non ci sono alternative. Ci tocca dare un mucchio di soldi all’Atm e potrebbe anche starmi bene considerato il servizio che offrono, ma parliamoci chiaro: non solo in certe fasce orarie e d’estate dobbiamo aspettare infinità di tempo, non solo nelle fermate extraurbane ci sono orari improponibili per prendere il mezzo (e pagare paghiamo uguale, per lo stesso servizio urbano), non solo d’estate si muore di caldo o ci si siede di fianco ai pinguini, non solo fanno uno sciopero la settimana vietandoci l’utilizzo dei mezzi pagati comunque (non mi scalano la giornata dall’abbonamento), ma dobbiamo anche regalare i viaggi alla gente e rischiare di prendere mazzate. Non ci siamo. Non ci siamo proprio. Per il momento continuo la mia battaglia personale, ma speriamo che cambi qualcosa perchè non vorrei mai trovarmi all’ospedale per aver detto “no” ad un appoggio gratuito.

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essere donna non è un gioco da ragazzi


Gli uomini ci appellano spesso a “complicate” e sinceramente non posso dare loro torto. Insomma, ammettiamolo, ci facciamo una serie di pippe mentali che potremmo farci un’impresa di pippe, talmente tante pippe che gli uomini ci fanno una pippa. Però non posso esimermi dal giustificarci, perchè cazzo dai, non è che la nostra esistenza sia proprio così semplice e lineare! Ci sono aspetti della vita delle donne che nessun uomo potrà mai capire, perchè mai vivrà le stesse situazioni. Che culo, aggiungerei. Con questo post mi rivolgo agli uomini per far capire loro cosa significa avere la vagina. E anche a tutte quelle donne che si sentono “strane” e non comprese. Siamo tutte sulla stessa fottuta barca.

Innanzitutto mi scuso per l’assenza, non sono una che pubblica ogni giorno ma devo ammettere che ‘sto giro mi sono fatta desiderare. Tra le ferie, i casini a lavoro, il sesso sfrenato e i kg presi nelle vacanze da smaltire col sesso sfrenato, non ho calcolato molto il blog, ma rieccomi qui, più scribacchina che mai! Partiamo da i punti più comuni delle donne:

La depilazione & le sue conseguenze

La donna si depila tutta. Nel 2016 non troverete mai una donna con i peli sul pube. Vagina anni 80? Più rara che mai (anche se ahimè mi capita di vedere che ancora è in voga, per alcune, tipo quelle che perdono il pelo riccio sulla tavoletta del cesso). Essere tutta glabra nelle parti intime oggi è sinonimo di sensualità, di arrapamento precose e di fortissima igiene. Ma ci sono dei “ma” a questa scelta. Se prima la donna faceva pipì in maniera esemplare, seduta sul cesso con la sua fantastica traettoria lineare, senza goccioline e schizzi come gli uomini, oggi è la fiera del “vado dove cazzo mi pare“. Quando si urina in assenza di peli, essa prende direzioni inaspettate: l’interno coscia, le chiappe, le tavolette, i pavimenti (se si urina nei bagni pubblici si sta accucciate senza sedersi, come ben sapete) creando fortissimi disagi. Ci si deve pulire non solo “” ma anche tutte le altre parti del corpo colpite dall’anarchico schizzo. Questo comporta irritazione, disgusto e nervosismo. Non c’è niente da fare, non siamo padrone della nostra vagina, fa come le pare.

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Il ciclo mestruale & l’istinto suicida

Questa ormai è quasi una leggenda, uomini e donne sanno perfettamente cosa accade quando si ha l’ovulazione da ciclo. Ma se un uomo potesse sentire, anche solo per un istante, cosa succede nel corpo e nella testa di una donna durante il ciclo, credo si sparerebbe tra i coglioni. L’ovulazione può partire anche 15 giorni prima, il che comporta che ti gonfi come una stronza, la pancia si espande e ti senti grassa che più grassa non si può. E dato che la donna si sente grassa tutto il fottuto anno, durante questo periodo potrebbe guardare “vite al limite” e sentirsi meno sola. L’umore si stravolge, le sensazioni predominanti sono: angoscia pura (si sente sempre sotto cospirazione mondiale), ansia (le tremano le gambe anche solo se deve fare la lista della spesa, terrorizzata di non ricordare qualcosa), acutizzazione degli eventi (se le si rompe un unghia è capace di mettersi in infortunio dal lavoro) e tristezza acuta (potrebbe piangere a dirotto anche se le mettono il cacao sul cappuccio quando ha chiesto la cannella). Tutto questo porta a stati mentali compromessi a tal punto che chiunque penserebbe sia il caso di un ricovero. Ma nessuno può capire le donne se non le donne stesse.

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Lo shopping come terapia & il circolo vizioso

La donna compra. Lo fa per colmare vuoti, lo fa per sentirsi più bella, lo fa per passare il tempo e per sdrammatizzare uno stato emotivo alterato (vedi ciclo mestruale). Il problema è che in questo modo la donna si trova spesso senza soldi prima del prossimo stipendio (quindi si aziona l’effetto che aveva portato allo shopping, la tristezza e l’impotenza), si sommerge l’armadio di vestiti accorgendosi di avere comprato doppioni (quindi sarà costretta a tornare allo stesso negozio per il cambio e comprare altre cose che innescheranno quando già scritto), si accorge inesorabilmente di un paio di kg presi perchè la roba non le va bene (quindi si sentirà frustrata e grassa, come già scritto) e soprattutto si renderà conto di avere buchi di cellulite come se non ci fosse un domani grazie ai fantastici specchi dei camerini di tutti i negozi (fari proiettati senza senso su ogni imperfezione umana). Comprare fa bene alle donne, è una vera e propria terapia, peccato che il circolo vizioso è inevitabile.

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Il make up & l’afa estiva

Si sa, le donne vogliono essere belle. Esistono quelle “acqua e sapone” e beate loro, aggiungerei. Ma le donne che si truccano sono la maggioranza. Queste persone vivono di make up, ci impiegano anche ore per farsi belle, è un rito più che una necessità, è come se in quel momento le loro insicurezze svanissero. Si truccano per fare la spesa, si truccano per andare a fare un giro, si truccano per la sera, si truccano per il giorno, si truccano per un appuntamento galante, si truccano anche d’estate. Ed ecco che qui parte la tortura. Essere belle e in ordine è una regola ferrea ma nel periodo estivo le donne soffrono: la pelle dopo due ore diventa lucida che sembrano statue di cera, devono portarsi dietro cleenex, ciprie tamponanti d’ultima generazione, specchi per controllare che le sopracciglia siano ancora al loro posto (ogni riferimento a me stessa è puramente casuale), e tanta tanta pazienza. Il caldo le uccide, i pori urlano vendetta, si squagliano come neve al sole ma non mollano! Non molleranno mai. Purtroppo per il fidanzato non sarà molto romantico, i suoi vestiti saranno perennemente lerci di fondotinta: non abbracciarla!

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Qui mi fermo. Penso possa bastare per comprendere che la vita delle donne non è una passeggiata. Tralasciando il famoso tasto del “parto” che è anche inutile menzionarlo, la donna è nata per soffrire e nella sofferenza si acutizzano atteggiamenti e comportamenti agli occhi dell’altro sesso insensati e indecifrabili. Abbiate pazienza, cari uomini, perchè sotto sotto le donne sono creature più semplici di quello che pensate. Basterebbe togliere tutti questi aspetti, dare un pò di schiuma da barba e lasciarle lì, davanti alla partita a scolarsi una menabrea in santa pace. Dai, su, che scherzo!

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